Vincent Van Gogh era pazzo, malato di una forma di epilessia che lo portò al suicidio. Non è bene parlare della morte, e sdegnare la vita, se si tratta di una vita straordinaria, ma in questo caso la tragedia fu il degno compimento di un’esistenza tormentata. Nel corso della storia dell’arte possiamo riconoscere solo un altro esempio di artista che identifica il processo creativo con la vita stessa, ed è Michelangelo. Apparentemente c’è un abisso tra i due, l’uno trascende la realtà a puro concetto, l’altro la modifica sulla tela per mezzo del colore. Entrambi devono appropriarsi del mondo che vogliono esprimere e se Michelangelo costruisce la realtà con l’intelletto, Van Gogh la plasma con la coscienza di sé. Per dipingere i minatori deve sporcarsi le mani col carbone, per ritrarre i contadini e la loro miseria, deve vivere quella miseria fino in fondo: solo in questo modo può raggiungere la massima capacità espressiva.

Preferisco tacere che dire qualcosa debolmente”.

All’inizio la sua era l’arte dell’impressione: la realtà che agisce sulla mente attraverso i sensi. Era l’epoca in cui il binomio arte-scienza prevaleva nei dibattiti ideologici, e le innovazioni tecniche sostituivano largamente il lavoro umano; era l’epoca degli artisti ribelli che fuggivano l’ordinario, l’accademico, ed essere impressionista significava andare contro chi, bigotto e conservatore, non sapeva riconoscere il vero talento.

Dipinge figure senza volto, come inghiottite dalla natura; i tratti sono brutali, immediati; le pennellate lunghe e convulse. Utilizza tonalità scure: i colori grigi sembrano essere gli unici adatti a parlare di una vita senza gioia.  L’industrialismo ha tolto all’uomo la sua individualità, lo ha ridotto a spettro di sé stesso; il sistema capitalistico fa arricchire i borghesi ben e malpensanti, distrugge gli ideali che avevano contribuito alla nascita di una coscienza nazionale. L’uomo ha smesso di credere  ai motti gridati col fucile in spalla: la sua patria è la miniera in cui muore soffocato,  la sua fede parla di un dio che non perdona.  L’arte deve essere il ronzio nel cervello che scuote le coscienze, lo spillo che pungola i cuori di ghiaccio, che importa se i quadri non vendono, non serve fare tutti quegli apolli e quelle veneri. Laggiù, dietro l’angolo, c’è un padre che ha visto morire i suoi figli, c’è una donna disperata che beve e batte i marciapiedi. I modelli erano contadini, tessitori, gente dalla tempra d’acciaio, che aveva carattere. Vengono ritratti curvi sulla terra, deformati, ripugnanti, orribili. La teoria del brutto non permette di guardare altrove e far finta di niente, la tragedia si manifesta in quegli occhi spenti ma pieni di vita, in quei visi stravolti dalla miseria,  nelle mani nodose che lavorano ogni giorno.

Si trasferisci a Parigi nell’86 e conosce i maggiori impressionisti del tempo: impara a schiarire la tavolozza e abbandona definitivamente il romanticismo delle prime opere. Lavora con colori accesi, scintillanti, nessuno mai aveva colto con una tale energia la sensazione del vento che batte un campo di grano, quasi a sentire il respiro della terra. Ad Arles dipinge sotto il sole infuocato, tormentato dalla bufera, e in due anni di furioso lavoro giunge alla piena maturazione artistica, ma questo traguardo lo pagherà con l’isolamento e la follia. Ecco, l’argine è crollato, la realtà straripa fino a sconvolgere un equilibrio che non era mai stato stabile.

Vedere solo attraverso i sensi non è più possibile.

Espressione è il contrario di impressione. L’impressione si muove dall’esterno verso l’interno (la realtà che agisce sulla coscienza), l’espressione dall’interno verso l’esterno (la coscienza si fa atto nella realtà, imprimendo di sé l’oggetto). La materia pittorica acquista un’esistenza propria, guardare le ultime tele diventa quasi insopportabile: sono l’espressione del limite schiantato, prova viva della follia che acquista forma. Nell’ultimo autoritratto si dipinge pazzo, con l’occhio destro sbarrato in una immobile fissità e il sinistro che esprime la stanchezza di vivere.

È  tragico vedere la realtà e vedersi nella realtà con così lucida, perentoria evidenza. È tragico riconoscere il nostro limite nel limite delle cose e non potersene liberare. È tragico, di fronte alla realtà, non poterla contemplare ma dover fare e fare con passione e con furia (Argan).  Nei cipressi di Saint Remy c’è la disperazione di un uomo che prima di arrendersi stramazza a terra in un ultimo scatto violento, e quel volo di corvi, poi, quel volo di corvi nel cielo buio ti parla della morte senza pace, e capisci che è finito, che stavolta è davvero finito.

 

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