Mi sveglio alle prime luci dell’alba, la luce entra nell’asettica penombra della stanza. C’è silenzio. Respiro. Apro gli occhi e guardo il soffitto che mi ha cullata per anni, lo stesso che mi allontana dalla luce purpurea del primo mattino. La città è lentamente accarezzata dai raggi tenui che si insinuano lungo i contorni spigolosi delle abitazioni, sfiorati uno per uno come le vertebre di una schiena nuda.
Guardo questa piccola città che ancora dorme al sicuro sotto un soffitto che ci separa dalle stelle, che ha demolito e prosciugato quella magia per costruirci sopra il sicuro porto della comodità.
Vivo nel secolo dell’avvento della scienza, di una scienza che “separa e nomina”, che investiga su ogni millesimale parte di spazio che si espande all’infinito.
L’uomo moderno ha preferito sopprimere la bestia irrazionale e fugace insediata negli angoli del mondo per farsi abbracciare dalla confortante idea che esso si possa spiegare e descrivere attraverso certe e determinate regole. E’ una descrizione maniacalmente razionale: affonda saldamente le radici nella rassicurante perfezione della matematica, in questa scienza vacillante perché basata su assiomi, su concetti ritenuti veri a priori mentre l’uomo ancora indaga su cosa sia oggettivamente la verità.
Ma può la matematica da sola, frutto dell’intelletto limitato dell’essere umano, porsi alla base della spiegazione del mondo?
Qualcuno un giorno mi ha raccontato che Cartesio, il padre della geometria analitica, abbia costruito il piano cartesiano partendo dall’osservazione del volo di una mosca: si è armato così di carta e penna e ha iniziato a far danzare l’inchiostro e l’intelletto. Ha costruito linee rette, curve, circonferenze parabole, ellissi.. le ha fatte racchiudere de due infiniti assi immaginari, ha fatto compiere alla matematica un ulteriore passo avanti. E’ nata, insieme alla geometria analitica, l’idea di poter descrivere un fenomeno attraverso la sua rappresentazione regolata da una funzione, da una legge precisa e definita.
Ma quello che è sfuggito a Cartesio è qualcosa che va ben oltre la capacità e la necessità umana di separare e nominare: è la “forza” che spinge la mosca a volare in una certa direzione piuttosto che in un’altra, è l’inafferrabile e incorruttibile libertà di quel minuscolo animaletto alato di scegliere un percorso sfuggente ad ogni regola matematica.
Ma lo spirito ama ciò che è saldo, e il razionalismo in cui ci si rifugia oggi è soltanto l’eco di un passaggio decisivo che ha cambiato per sempre il cammino dell’uomo: quello dal medioevo all’umanesimo e rinascimento.
In quel periodo fiorisce la consapevolezza umana che prende in mano e si appropria delle redini invisibili dello spazio e del tempo, riacquistando la centralità nell’arte: nasce la prospettiva, la realtà commisurata dall’uomo, restituendogli la capacità di poter controllare, comprendere e descrivere un mondo ostile e inospitale.
La forma nell’arte si spoglia lentamente della mera e superficiale descrizione della realtà per caricarsi di un valore, di un’idea o immagine attribuitale dall’intelletto umano: per mezzo del raziocino l’arte diventa una forma di conoscenza.
Le città rinascimentali furono investite da una folata di ottimismo. Furono toccate da una luce che ogni giorno, all’alba, sfiorava i palazzi e i fiori, proprio come nella mia città in questo momento.
Era una luce carica di speranza, che carezzava l’innocenza e la purità di un razionalismo non corrotto.
L’idilliaca speranza che la scienza potesse risolvere tutti i quesiti che l’uomo si pone.
La città ora si è svegliata. Gli uomini bendati riprendono a respirare la frenesia delle loro vite, limitate a costituire l’ennesimo ingranaggio della macchina del consumo fondata su una scienza che non è scienza, sul progresso tecnologico che umanizza le macchine e snatura gli esseri umani, sulla produzione che massacra il pianeta, sull’avidità che dilania paesi per le guerre. Una scienza piegata all’interesse delle volpi insaziabili che governano il pianeta, di quelli che tengono in mano i fili invisibili che muovono il mondo e guidano le masse e guardano dalle loro ville gli scheletri affamati che non conoscono la pace.

Irene Meaglia IV A LSA

 


                                                                                                                                       

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