Il Rinascimento ha fatto riemergere quelle forme tipiche dell’arte greca e romana che il pio medioevo aveva abilmente taciuto.
Il modo di rappresentare l’universo affonda le radici in quel mondo antico, in cui vigono le leggi dell’ideale e del perfetto che albergano nell’Iperuranio. La rappresentazione è strettamente legata alle regole matematico-geometriche che hanno permesso la riscoperta della prospettiva; nonostante ciò la base matematica e razionale è stata integrata all’espressione del pathos.
Basti guardare la formella del Brunelleschi: al vertice della piramide, di quel sistema geometricamente perfetto, è presente l’evento, il momento di massima espressione del pathos.
Al di là di questa razionalizzazione quindi, l’evento è narrato in funzione emotiva.
Warburg ha introdotto il concetto di pathosformeln, ossia "formule del Pathos", formule visive e verbali ereditate dall’antico, che agirono come un filtro nel Rinascimento per interpretare il presente e che garantirono l’espressione di ogni emozione.
Esse godono dell’ambivalenza che garantisce quella similarità nella rappresentazione di emozioni contrapposte: ne è un esempio la Maria Maddalena di Bertoldo, nella quale Maria in tutto il suo spasmo di dolore è rappresentata come una menade in preda alla frenesia estatica.
Le divergenze tra le opere del primo Rinascimento, che obbediscono ad un forte rigore logico-matematico e le opere successive, sono espressione della volontà da parte degli artisti di evadere da quel mondo privo di ogni ambivalenza simbolica, quel mondo basato sul principio di identità e non contraddizione; quel mondo occidentale.
A questa volontà è dovuta la ripresa del classico: ripresa di quel mondo politeista, in cui l’armonia invisibile vale più della visibile secondo il motto eracliteo.
La società odierna si è ritagliata un mondo nel mondo, per sottrarsi all’indifferenza della Terra, conferendo significato alla propria vita contingente.
La base su cui poggia la nostra civiltà sta proprio qui: nella volontà di "...sottrarsi all’indifferenza della Terra", come scrive Galimberti nel libro La Terra senza il male.
L’uomo per sottrarvisi ha fatto di tutto dando vita ad una società "ontologicamente depotenziata". Si è staccato da essa da quando Talete ha chiesto "Qual è il principio di ogni cosa?"; da quando ha trovato il senso delle cose nella trascendenza delle idee iperuraniche immutabili e perfette; da quando ha basato il suo linguaggio sull’idea di concetto introdotta da Socrate .
Attraverso il linguaggio l’uomo esercita sulla Terra il più grande torto che possa farle: nominando decide ed esclude tutti i sensi che non danno ragione al proprio disegno dissolvendo ogni ambivalenza.
L’immagine, e quindi l’arte, come la poesia e la musica, a differenza del linguaggio permette l’espressione dell’emozione poiché parla direttamente all’anima, menzionando sempre Galimberti: "...nella sua polimorfia non interrotta da alcuna scansione logica,mette in causa tutti i significanti supremi e il monopolio delle loro rappresentazioni; alle proprie spalle non sopporta alcun codice che riduca e limiti il proprio significato.".
L’ uomo attraverso la religione e la scienza ha cercato solo delle risposte . Chi si considera figlio dell’Illuminismo vantandosi di aver demistificato ogni dogma, e di essere modernamente progressista, non ha capito che l’Illuminismo non è altro che la celebrazione del "cambiamento di scena" della stessa recitazione in cui l’uomo cerca di realizzarsi e non sentirsi apolide: entrambi gli itinerari (religioso e scientifico), hanno conferito un senso alla propria vita ed hanno fatto rientrare la terra nell’ "ordine dei fini".
La scienza non è altro che provocazione nei confronti della Terra: essa alla provocazione risponde ma limitatamente. Ciò che emerge dalla provocazione non è un nascere dalla materia, ma è solo un disporsi nello schema precostituito dalla ragione nella modalità predisposta.
Essa quindi già conosce anticipatamente ciò che vuole scoprire, istaurando un metodo da conseguire che ci consenta di disporre sempre di ciò che chiamiamo alla presenza, a patto di tralasciare qualsiasi condizionamento soggettivo che trascenda l’oggetto che cerchiamo.
L’errore dell’uomo, che lo ha accompagnato per gran parte della sua evoluzione, sta nel confondere il senso totale della Terra con il senso ottenuto; nel "separare il disvelato dalla sua ascosità", come sostiene Heidegger.
Egli, nella necessità di un cosmo che riesca a spiegare razionalmente, ha fondato la propria visione del mondo sull’eliminazione di quel fondo inesauribile di risorse a lui inaccessibile: sul "rimosso dell’Occidente" Junghiano; sulla soppressione del dionisiaco che non può essere racchiuso in nessuna formula algebrica.
Ma la razionalità tanto sperata è nata da un processo di soppressione simbolica che, citando ancora Galimberti, ha considerato per "realtà vera quella prevalsa", ossia quella che "ha avuto ragione dei rispettivi contrari". Qualsiasi valore della realtà in occidente è frutto della prevalenza sul suo contrario, della capacità di separarsi da esso.
L’unico modo che ha l’uomo per intendere il mondo in cui vive e per tornare ad individuare se stesso è offerto dalla possibilità di considerarsi, secondo la visione greca, come punto sulla circonferenza e non come centro; cioè rendersi consapevole che né attraverso la scienza e né attraverso la religione può spiegarsi e convincersi ad abbandonare qualsiasi volontà di aver ragione sul pianeta che lo ospita, che non si mostrerà mai per intero sotto la provocazione dei mezzi che egli stesso ha creato.

Lorenzo Rossi IV  A LSA

 


                                                                                                                                       

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