Il genere umano perduto 

Mi siedo a pochi passi dalla fotografia, sopra una panca in legno, con alla mia destra un’anziana coppia con un giovane figlio, indosso i miei auricolari, chiudo gli occhi e mi lascio trasportare nei miei pensieri più profondi e sensibili, cerco di allontanarmi dal fallimento dell’essere umano per avvicinarmi alla mia coscienza. Anche se proprio lei mi urla il suo disappunto, mi scaraventa in viso l’unica verità, ovvero la mia natura, incancellabile e condannata. Sono un uomo, nato con il cartello legato al collo con su la scritta “condannato a morte”, vivo una vita che non posso comprendere, ogni sforzo sarebbe vano e il solo pensiero di provare a mutare questa realtà mi risulta arrogante. Scavando nella mia superbia estraggo il lato di me che più si allontana dal resto dei miei coetanei, che considero, forse erroneamente, l’inizio del futuro fallimento societario, consapevole del fatto che allontanarsi significherà esser parte operante di questo fallimento. Torno ad aprire gli occhi per dare un nuovo sguardo alla fotografia e mi accorgo di essere rimasto solo nella stanza, ciò che più mi colpisce o forse spaventa dell’immagine è la sedia, mi viene presentata senza schienale, metafora dell’inutile tentativo di star comodo con gli occhi fissi sulle immonde tragedie del mondo, per iniziare ad essere un essere umano dovrei forse sentire sulla pelle il dolore, la paura e la rassegnazione di tutti gli uomini che abitano in questo pianeta che ci ospita, dovrei patire tutto questo torpore, come Cristo sulla croce, ma anche questo suona pieno di arroganza. Il personalissimo masso che ognuno di noi è costretto a portare su per le montagne, citando Camus nel Mito di Sisifo, è forse un peso troppo grande, anche immaginandomi Sisifo felice. La finestra della fotografia è metafora della purezza smarrita di un mondo perso, me la immagino bianca, perfettamente simmetrica, con vetri chiari e puliti, con la luce che irradia una stanza dove sono sedute due donne che dormono insieme, donne dal diverso colore della pelle, dalla diversa cultura, diversa fede, uno schiaffo al mondo che mi stanno imponendo, dove vogliono farmi credere che l’appellativo “essere umano” non sia portatore di alcun valore, questi capi di potenze economiche, la cui schiena è inevitabilmente schiacciata dal potere, male universale, persone di cui i limiti sono rintracciabili nei loro stessi contorni. Dovrei essere felice, dovrei essere immensamente grato a qualcosa o qualcuno per avere la possibilità di scegliere, ogni volta che scelgo creo qualcosa di nuovo e quindi io esisto, non sono un numero da allegare insieme a tutti gli altri, io penso, sono vivo. Fuori dalla finestra per me non c’è nulla, nulla per cui valga la pena combattere, nonostante io continui a scegliere la vita ogni singolo giorno, chiudo gli occhi e ripenso agli ultimi mesi trascorsi, la solitudine che probabilmente ho creato nella mia testa ha rafforzato il mio pensiero “nichilista” sempre cosciente però che cammino e respiro in un luogo potenzialmente fantastico, sotto un cielo stellato e circondato da sinfonie astrali. Vomito quando vedo persone creare disinformazione, persone seguite da centinaia di migliaia di uomini, che dopo gli attentati a Parigi non fanno altro che alimentare odio, non posso credere di dover leggere “NOTIZIA DELL’ULTIMA ORA: E’ GUERRA AI TERRORISTI” quando queste popolazioni sono state annientate, malridotte, derise e umiliate per anni. Quando arrivo a pensare che l’emozione più “utile” sia la paura mi accorgo del fallimento che si sta compiendo sul mio pianeta, dove sono costretto a sperare nella paura delle persone che indossano le vesti della potenza temporale per non dover leggere nuove e inutili pozze di sangue. Apro gli occhi e mi alzo, è arrivato il momento di uscire e tornare a casa, cosciente del fatto che nulla avrà, a breve termine, miglioramento e che in tutto questo caos il genere “essere umani” perde e continuerà a perdere credibilità.
                                                                                                                                           Alessandro Paniccia 4°A LSA

 


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