“L'inferno sono gli altri” Jean-Paul Sartre

Il misticismo cattolico sulla mente di un bambino di 6-7 anni puo' avere effetti devastanti: non è uno scherzo sentirsi dire che, violando le leggi divine, si sarà condannati a passare il resto dell'eternità fra atroci supplizi; visto e considerato che di Dio, a quell'età, si ha più o meno l'idea di un Babbo Natale sito nell'alto dei cieli, vecchio, barbuto, con giusto qualche potere in più.

L'Inferno si fa quindi largo nel nostro immaginario con prepotenza, insinuando una paura strisciante nel dell'anima, ancora vergine e innocente.

Ma nessuna convinzione o pregiudizio supera indenne le crisi che la crescita porta con sé. Ed anche l'Inferno, spesso, finisce nell'armadietto dei ricordi d'infanzia, assieme all'Uomo Nero, Superman e la Befana.

Peccato che semi così accuratamente piantati non cedano i passo così facilmente, destinandoci a portare su di noi il dubbio come un'eterna spada di Damocle, vita natural durante: possiamo pensare all'Inferno come ad un'azzardata fantasia, ritenerlo improbabile, addirittura folle! Ma non potremo mai provarlo.

Ed il nesso che Sartre propone, seppur estraniandolo dal contesto d'origine, è estremamente interessante. Cosa lega “gli altri” all'Inferno?
Il grado di realtà.

Né degli uni né dell'altro abbiamo ontologia certa.

“Cogito ergo sum” diceva Cartesio: Penso, dunque esisto.

Io, non necessariamente il resto.

Basta citare titolo quali “Matrix” o “The Truman Show” per afferrare il concetto a cui mi riferisco: ciò che ci circonda potrebbe non essere reale, ma solo frutto della nostra mente.

Un artificio, un inganno.

Siamo rinchiusi in una dimensione solipsistica da cui non possiamo uscire o liberarci. Perché, seppur esiste una realtà, ci rimane inconoscibile, insondabile: i sensi agiscono come un filtro distorsore, rendendo la nostra esperienza di mondo unica, non condivisibile, non replicabile, non “scientifica”.

E l'arte? Come si qualifica in quest'ottica, come si definisce?

Un eterno, continuo, ritratto.

Ogni pennellata, ogni colpo di scalpello, ogni nota va a comporre un puzzle che riconduce all'artista, e a lui solo.

E non potrebbe essere altrimenti.

Se del mondo non riesco a percepire nient'altro che l'ombra che il mio io proietta sulle cose come posso pretendere di cogliere qualcosa che sia “altro” da me stesso?

Facciamo un passo indietro di due millenni e mezzo: Platone, un greco, elabora un sistema filosofico che elegge il ricordare a metodo conoscitivo, d'indagine. Lo scibile è già tutto dentro di noi, abbiamo ammirato le Idee prima della nascita, il cui trauma ce n'ha fatto perdere la consapevolezza.

E' la coscienza che fluisce libera sulle cose del mondo, le colora, le elabora, le classifica: il punto di vista non diventa forse limite invalicabile?

Ci vorrà Cezzane per riprendere la ricerca artistica in questa direzione, e poi Picasso. Ma pur allontanandosi dal classicismo gli esempi non mancano di certo, anzi!

Van Gogh; i suoi girasoli, i suoi cipressi, i suoi campi di grano: l'opera di un uomo che col mondo ha stretto un rapporto d'empatia, di simbiosi. E nell'osservarlo, più lo delineava, più conosceva sé stesso nelle cose (“l'ombra” di cui parlavamo prima), al punto da trasformarle in canali d'amplificazione delle sue sensazioni, dei suoi stati d'animo: il vorticoso turbinare della notte stellata, il giallo accecante della stanza di Arles.

Discorsi del genere mi rimandano alla mente una poesia:

 

XCV. Le Crépuscule du soir

Voici le soir charmant, ami du criminel;
II vient comme un complice, à pas de loup; le ciel
Se ferme lentement comme une grande alcôve,
Et l'homme impatient se change en bête fauve.

Ô soir, aimable soir, désiré par celui
Dont les bras, sans mentir, peuvent dire: Aujourd'hui
Nous avons travaillé! — C'est le soir qui soulage
Les esprits que dévore une douleur sauvage,
Le savant obstiné dont le front s'alourdit,
Et l'ouvrier courbé qui regagne son lit.
Cependant des démons malsains dans l'atmosphère
S'éveillent lourdement, comme des gens d'affaire,
Et cognent en volant les volets et l'auvent.
À travers les lueurs que tourmente le vent
La Prostitution s'allume dans les rues;
Comme une fourmilière elle ouvre ses issues;
Partout elle se fraye un occulte chemin,
Ainsi que l'ennemi qui tente un coup de main;
Elle remue au sein de la cité de fange
Comme un ver qui dérobe à l'Homme ce qu'il mange.
On entend çà et là les cuisines siffler,
Les théâtres glapir, les orchestres ronfler;
Les tables d'hôte, dont le jeu fait les délices,
S'emplissent de catins et d'escrocs, leurs complices,
Et les voleurs, qui n'ont ni trêve ni merci,
Vont bientôt commencer leur travail, eux aussi,
Et forcer doucement les portes et les caisses
Pour vivre quelques jours et vêtir leurs maîtresses.

Recueille-toi, mon âme, en ce grave moment,
Et ferme ton oreille à ce rugissement.
C'est l'heure où les douleurs des malades s'aigrissent!
La sombre Nuit les prend à la gorge; ils finissent
Leur destinée et vont vers le gouffre commun;
L'hôpital se remplit de leurs soupirs. — Plus d'un
Ne viendra plus chercher la soupe parfumée,
Au coin du feu, le soir, auprès d'une âme aimée.

Encore la plupart n'ont-ils jamais connu
La douceur du foyer et n'ont jamais vécu!

 

 

XCV. Il crepuscolo della sera

Ecco la sera affascinante, amica del criminale;

Viene come un complice, a passi felpati; il cielo

Si chiude lentamente come una grande alcova

E l'uomo impaziente si muta in belva atroce.

 

O sera, dolce sera, desiderata da chi ha braccia

Che senza menzogna possono dire: Oggi

Abbiamo lavorato! - E' la sera che dà sollievo

Agli spiriti divorati da un dolore selvaggio,

Al sapiente ostinato con la fronte pesante,

All'operaio curvo che torna al suo letto.

Nell'atmosfera intanto demoni maligni

Si svegliano pesantemente, come uomini d'affari,

E urtano, nel volo, sulle imposte e la gronda.

Attraverso le fioche luci che il vento tormenta

La Prostituzione s'accende nelle strade;

Come un formicaio schiude i suoi sbocchi;

Dappertutto s'apre una via nascosta,

Come il nemico che tenta una sorpresa;

Si trascina in seno alla città di fango

Come un verme che ruba all'Uomo ciò che mangia.

Si sentono qua e là fischiare le cucine,

Guaire i teatri, ronfare le orchestre;

Taverne a prezzo fisso, dove il gioco impazza,

Si popolano di puttane e di magnaccia, loro complici,

E i ladri, senza tregua né pietà,

Stanno per cominciare anch'essi il lavoro,

Forzando piano piano porte e casse

Per vivere qualche giorno e vestire le amanti.

 

Anima mia, raccogliti in questo grave momento

E chiudi l'orecchio a un simile ruggito.

E' l'ora in cui i dolori dei malati s'inaspriscono!

La Notte cupa li afferra alla gola; finiscono

Il loro destino e vanno verso il comune abisso;

L'ospedale è pieno di sospiri. Molti

Non verranno più a cercare la minestra profumata

Accanto al focolare, la sera, con l'anima amata.


E la maggior parte non ha mai conosciuto

Il dolce focolare e non ha mai vissuto!

 

Parigi che pulsa, si muove, si agita al ritmo profondo del poeta.

I Tableux Parisienne, forse una delle parti più affascinanti de “Les Fleurs du Mal” di Baudelaire.

Penso, a questo punto, di poter tirare le somme.

Ciò che distingue l'artista dalla persona comune è la capacità di esaminarsi, dissezionarsi, arrivando fino all'alienazione da sé stesso, un po' come Amleto durante il celebre monologo, ascolta i nostri pensieri, le nostre sensazioni quasi non ci appartenessero, e poi riprodurli, svuotandosi, creando.

E più l'opera è totalizzante, assoluta, più sarà possibile che, nel goderne, si arrivi a rispecchiarsi in quel lavoro.

Cogliamo solo l'ombra di noi stessi, ma quando questo accade nel mondo di un altra persona abbiamo allargato drasticamente gli orizzonti, siamo entrati in contatto con dell'”altro”: il miracolo dell'arte.

 

L'artista, gli occhi, se li cava, se li punta addosso, crea; e poi muore.


Luca Palmieri IV ALST

 

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