Spazio e tempo sono due entità indefinite all’interno delle quali si trovano i corpi dell’Universo in un progressivo succedersi di momenti che determinano il variare delle cose, del mondo in senso astratto.

Un secondo o un centimetro sono solo delle convenzioni condivise, per cui tutti concepiamo allo stesso modo tempo e spazio, ma, nell’arco di tutta la storia dell’umanità, qualcosa ha aggiunto un ulteriore valore a questi due concetti: l’arte.

Fin dal mondo greco, il classico per antonomasia, lo spazio e tempo erano alla base di un’opera; spazio, non considerato come area necessaria alla stessa esistenza dei corpi, ma spazio come legame con l’ambiente circostante, come rapporto con la natura e con gli dei; dal concetto di spazio si ricollega quello di tempo, come trascorrere delle stagioni, quindi dell’invadere della natura e degli dei nello scorrere continuo della vita nel mondo; possiamo individuare una concezione simile in due opere differenti dell’antica Grecia: una architettonica, il Partenone, una scultorea, l’Hera di Samo.

Nel Partenone si evidenzia prevalentemente il concetto dello spazio e sull’influenza che questo ha nella vita e nella psicologia dell’uomo; lo spazio è progettato in modo tale che il tempio viva nel paesaggio circostante, in cui l’uomo risiede a stretto contatto con la natura e non potrebbe ancora concepirne un distacco; è parte integrante dell’ambiente, la struttura è basata su un rapporto osmotico: la natura irrompe nel tempio con tutta la sua essenza, facendo del tempio parte di essa; la distanza tra una colonna e l’altra (intercolunnio) apre maggiori spazi permettendo al freddo, al caldo, al vento, alla pioggia e alla luce di filtrare all’interno accentuando così il concetto di fusione, ma nel frattempo scandisce un ritmo, cui si adegua quello del cuore e guida lo spettatore nell’osservazione e lo coinvolge in un mondo differente ed etereo.

Un’importanza particolare ha la luce, che garantisce all’uomo la vista e quindi il tramite attraverso cui l’opera esprime il concetto ideale di bellezza realizzandosi così in una forma d’arte, perché arte è necessità di bellezza, ma questa è un’altra storia; tornando alla luce, sulle colonne, grazie alla presenza delle scanalature, si crea un passaggio discreto, ossia privo di sfumature, che permette che la forma si realizzi in armonia con il mondo.

Lo stesso effetto è da considerare nella scultura l’Hera di Samo; nella parte bassa della scultura si possono individuare una veste pieghettata e sul lato destro un velo, che vi si poggia sopra liscio; la linea di separazione tra i due tessuti coincide con l’asse centrale della scultura e rappresenta una separazione tra due sintonie diverse: a destra, la luce passa sul velo liscio, ma scorre, come un flusso costante, senza soffermarsi, dando la sensazione della presenza; scorre così come scorrono i secondi, i minuti, le ore, all’infinito, mentre a sinistra, la luce indugia sulle pieghe della veste, crea armonia, ma infonde nell’osservatore anche un senso di eternità.

Abbiamo così notato che nello spazio assume un ruolo fondamentale la forma dei corpi; un esempio clamoroso è il Pantheon, che è stato progettato e costruito in modo tale che la struttura potesse contenere un’enorme sfera, la figura geometrica considerata perfetta, quindi anche il tempio era “perfetto”, e cos’altro poteva essere un tempio dedicato a tutti gli dei?

In questa struttura importante è soprattutto il foro al centro della cupola; permette di vedere il passaggio del sole e della luna, quindi il succedersi del giorno e della notte, delle stagioni, rammentando il rapporto tra uomo e natura che con il tempo va via via svanendo, ma è anche un ricordo del passato, delle origini di Roma quando, dal foro in cima alle capanne dei primi fondatori usciva il fumo del fuoco che scaldava la cena o riscaldava le membra stanche dei contadini e allevatori.

Rimanendo in tema religioso, con il cristianesimo e la nascita delle basiliche, lo spazio assume un’importanza notevole; i luoghi di culto sono da riconoscersi principalmente nelle basiliche; la struttura era piuttosto lineare, semplice: la pianta della basilica è longitudinale e si può individuare una navata centrale e due o quattro navate laterali separate da file di colonne; prima della parete di fondo è presente un braccio trasversale detto transetto, dove si trova l’altare e alle spalle, l’abside, una cavita semicircolare che funge da concentratore, in sostanza, da qualunque parte si guarda, lo sguardo dell’osservatore ricade sempre sull’altare. All’entrata è presente un vasto spazio quadrato, dove si riunivano i catecumeni, gente che vuole semplicemente conoscere la religione e che quindi, una volta sicura delle proprie scelte può essere battezzata e diventare cristiana a tutti gli effetti.

In questa struttura si può individuare un avvicinamento per livelli successivi al mondo di Dio; dal mondo esterno, regno del peccato, dell’insicurezza, della realtà terrena, delle brutte e delle belle esperienze, della fatica e della nullafacenza… si accede per gradi alla basilica: si attraversa il quadriportico, dove le idee dell’uomo si vanno schiarendo, maggiore è la sicurezza delle proprie decisioni che si conclude con la gioia della vicinanza e del rapporto con Dio nella navata centrale; le pareti giustapposte riflettono la luce in un trionfo di silenziosa esultanza, la forma è semplice, funzionale alla resistenza della struttura e nulla più e viene a crearsi un equilibrio statico, con l’assenza di forse contrastanti, il tutto al fine che nulla possa deviare la concentrazione della preghiera e la fede si fortifichi; già nelle navate laterali la situazione cambia: la minore presenza di luce, la lontananza dalla navata centrale, permettono una maggior intimità dei fedeli, che possono concentrarsi sul proprio rapporto con Dio, sui propri problemi, le preoccupazioni, e la coltivazione privata della fede. Le colonne stabiliscono un ritmo, un progressivo avvicinamento al mondo di Dio che si manifesta in tutta la sua grandezza nel transetto, dove però il fedele non può accedere poiché ancora è presente un distacco tra la navata centrale e il transetto, evidenziato dalla presenza di un arco, detto trionfale. Si può individuare anche un variare del tempo, come sensazioni, “battito del cuore” (in senso astratto), ritmo della propria esistenza e del mondo circostante: si passa da una continua frenesia del mondo pubblico che man mano si dissolve con l’attraversare il quadriportico ed entrare nella navata centrale, dove il ritmo circostante ti pervade e si accompagna di pari passo a quello del cuore; il fedele si trova in una condizione di tranquilla serenità garantita dalla riflessione personale e dalla fede; il silenzio s’insinua ovunque e si arriva a una situazione di stallo nel transetto, dove sembra che il tempo si fermi per la presenza di una forza superiore.

Tutto ciò appartiene a civiltà passate, con culture e vite differenti, ma è riuscito a resistere fino ad oggi, permettendoci di capire molto del passato, delle culture e in particolare di come gli elementi spazio e tempo influiscono nell’arte.


Dario Zanelli II ALST

 

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