Cosa è che genera l’arte? L’arte si origina da un’idea, un’idea pura, che si genera e si sviluppa nell’io profondo, passando per l’io nel mondo e modulata attraverso i sensi. L’immagine che si crea nella mente dell’artista è una dimensione a sé, impercettibile ai sensi, ma che viene realizzata, proiettata nel mondo reale attraverso l’arte. Ecco quindi come si può definire l’arte: espressione del’artista, dell’animo. L’idea si concepisce nella delicata equazione data dalla sommatoria di spazio e tempo, ognuno dei quali non può esistere singolarmente.  L’arte, di conseguenza, sorge da questa coesistenza delle dimensioni spazio e tempo che circondano l’essere umano e diventano il ponte mediante il quale l’artista riesce a concretizzare l’idea in un’opera d’arte che sia sorgente di emozioni.

Ma come possono essere definiti spazio e tempo? Lo spazio è una dimensione che definisce l’entità, il volume di un oggetto mediante l’uso di tre fattori: lunghezza, larghezza e altezza. Il tempo spesso viene considerato come la quarta dimensione capace di valutare, quantificare il trascorrere di un evento.

  È bene poi ricordare il pensiero del filosofo Platone inerente “il mondo delle idee”. Secondo costui, infatti,  esiste un mondo iperuranio da cui l’essere umano coglie le proprie idee. Per comprendere l’essenza del pensiero di Platone, prendiamo in esame, per esempio, un gatto: che sia nero, bianco, randagio o appena nato l’essere umano è in grado di riconoscerlo perché nella mente è fissata l’immagine ideale del gatto, proveniente, secondo il pensiero platoniano, dal mondo delle idee. Cercando di ricreare quella perfezione che avvolge il pensiero ideale, l’artista va alla ricerca dell’armonia, armonia con l’universo, con Dio e con l’uomo stesso, e quindi anche con lo spazio ed il tempo, elementi alla base della concezione del mondo. Il ritmo, l’intervento della luce, i rapporti geometrici scandiscono tempo e spazio nell’opera d’arte. La ritmica, intesa come ripetizione di elementi, suggerisce una sillabazione del tempo, il tempo della melodia dell’animo, che concorre all’armonia regnante nell’opera. Il ritmo è armonia, è melodia, è sinonimo di ordine.  Nel Partenone il ritmo viene immediatamente riconosciuto nelle colonne, nelle ombre proiettate da queste ultime, ispirazione di un passo lento al fine di meditare con maggiore attenzione sull’opera di Fidia e, al contempo, di diventare parte integrante dell’armonia dominante.

Prendendo in considerazione altre opere, quali l’Hera di  Samo e le basiliche paleocristiane, è la luce a svolgere un ruolo protagonista, in particolare nella concezione del concetto di eternità. Nell’Hera di Samo, opera in cui predomina la geometria intesa come concetto universale, la veste che ricopre il corpo della donna viene concepito e realizzato affinché la luce intervenga a seconda della superficie che incontra. La veste è solcata da pieghe che permettono l’indugiare dell’alternarsi ritmico di luce e ombra, conferendo all’opera un senso di eternità. Luce e ombra sembra si soffermino per scandire il tempo, dettato da questo alternarsi ritmico di chiari e scuri. All’eternità raccontata dalle pieghettature della veste è contrapposta l’idea della presenza dominante nella parte destra. A destra, un velo ricopre la veste e la luce che trascorre la superficie curva del velo si sfuma gradualmente fino a essere sostituita dall’ombra. L’asse centrale del corpo è la linea di divisione fra due mondi diversi: l’eternità a sinistra e la presenza a destra. La luce quindi, non solo descrive l’opera d’arte di Keramies, ma si sostituisce alla forma geometrica, alla materia.

Diverso invece è l’intervento della luce nelle basiliche paleocristiane, nate durante i primi anni del cristianesimo, su ispirazione delle basiliche romane in cui si riunivano i patrizi. Prima di tutto, è necessario introdurre alcune informazioni inerenti questi luoghi di preghiera  per comprendere il rapporto fra luce e spazio. Le basiliche erano progettate in modo tale che lo sguardo dell’osservatore si rivolgesse verso l’altare, verso Dio. La navata centrale, più alta rispetto alle 2 o 4 navate laterali, è illuminata grazie alla presenza di ampie finestre mentre le altre navate rimangono nella penombra, trasformandosi in luogo di meditazione. La navata centrale invece, rappresenta il contatto con Dio mediato da colui che declama dall’altare. Le pareti bianche giustapposte riflettono la luce in un’infinità di raggi luminosi che, occupando lo spazio naturale, modificano la percezione dello spazio nell’uomo e intensificano l’essenza dello spazio divino. Un’idea cristiana del “bello” trova le sue radici nel pensiero di Plotino, secondo il quale alla materia, intesa come opacità, era contrapposta la luce. Il “bello” nella concezione cristiana viene tradotto nella volontà di convertire la materia nella pura luce, interpretata come spazio universale. L’assenza di dipinti lascia intendere la chiarezza della forma architettonica che risponde unicamente a bisogni strutturali. L’armonia quindi non scaturisce dagli elementi figurativi bensì dall’equilibrio delle proporzioni, dal ritmo. L’assenza di decorazioni risponde anche alla necessità di non essere distratti da alcun elemento ma concentrarsi unicamente nella percezione dell’essere onnipotente e onnipresente. La semplicità delle forme e il loro equilibrio, sono i presupposti per descrivere uno spazio ideale, divino, luminoso. Lo spazio è funzionale allo sviluppo di una base nel quale la dimensione temporale diviene indefinita, perché Dio è l’indefinito. Dante, infatti, afferma che Dio è la luce dove tutti i tempi sono presenti, ponendo quindi in evidenza l’eternità di Dio. Ecco perché gli ornamenti sono irrilevanti: spazio e tempo sono incentrati nel rapporto uomo-Dio.

L’arte ravennate, invece, pone particolare attenzione alla ricchezza interna, simbolo di una profondità interiore, dell’animo umano, contrapposta alla povertà esteriore rappresentata dal corpo. La ricchezza interna è espressa dal mosaico, che non solo riveste incessantemente le pareti smussando gli spigoli, ma definisce e si sostituisce allo spazio architettonico. La luce riflessa dal mosaico si rifrange in infiniti raggi luminosi che, colpendo superfici colorate, generano un’armonia cromatica percepita nello spazio divino, dominante sullo spazio naturale. L’armonia cromatica però, può essere raggiunta a seguito di una attenta revisione dell’accostamento dei colori: il mosaicista vivacizza o intorpidisce l’immagine accostando toni caldi a tinte fredde o viceversa. Il mosaico è privo di chiaroscuro, della terza dimensione, la profondità, che possa rendere l’immagine reale: l’immagine è puramente simbolica e coerente al programma religioso di quel tempo. La luce quindi si addentra, si sostituisce all’immagine conferendole una profondità illusoria.

L’arte ravennate diventa oggetto di presenza divina, lo spazio interno si identifica con Dio. La basilica ravennate diviene quindi un elemento di intermediazione fra uomo e Dio: il mosaico si trasforma in elemento di percezione di Dio. Al rapporto uomo-Dio si aggiunge un altro fattore, lo spazio, elemento indispensabile affinché l’uomo possa sentirsi “più vicino” a Dio. Come nelle basiliche paleocristiane, lo spazio divino è indice di un tempo indefinito, collegato al concetto di eternità, di infinito, concetti racchiusi in Dio.

Al mosaico spesso viene ricollegato il concetto di eternità: il mosaico può essere considerato “un’arte eterna” che, a differenza di dipinti o altre forme d’arte, non perde il colore, non può rovinarsi con il tempo.

Spazio, tempo e arte: quale è l’elemento che crea un legame fra questi concetti? È la mente umana. È la geniale mente umana a dare vita a dei pensieri, delle idee, a concretizzarle e a creare un nesso, a cercare un’armonia che li renda ognuno dipendente dell’altro. È la mente umana a concepire l’arte, a ricercare un equilibrio nelle proporzioni. Spazio, tempo, arte e mente umana.

Lara Lamelza II ALST

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