Arte, tra scienza e coscienza

“Molta bontà e forza nascoste non vengono scorte; i più saporiti bocconi non trovano buongustai!” (Nietzsche – Così parlo Zarathustra)

L'inconscio, grande scoperta del XIX° secolo.

Agisce in maniera circospetta e partecipa a tutte le nostre azioni, indirizzandoci verso alcune risoluzioni piuttosto che altre, o semplicemente alimentando passioni o istinti talvolta per noi apparentemente inspiegabili.

Potremmo considerare, in tal senso, l'inconscio come la vera cifra caratterizzante di ogni individuo, ciò che veramente lo distingue dalla massa e lo rende unico.

In che modo è possibile farlo emergere, entrarvi in contatto?

Sicuramente c'è la psicanalisi, la via più “scientifica”, terapeutica. Ma ci sono processi in cui l'inconscio si afferma fino a lasciare un'impronta indelebile sul prodotto finale: parliamo d'Arte.

Arte come creazione, in tutte le forme che può assumere, dalla Pittura alla Prosa, dalla Musica alla Poesia.

Sia nel fare arte che nell'ammirarla entra in gioco il nostro lato d'ombra, che rimescola, armonizza, confonde quegli elementi che sensi e conoscenza ci forniscono in una moltitudine di combinazioni pressoché infinita, nostro più prezioso patrimonio.

Tuttavia, in quest'epoca di scienziati, abbiamo perso la stele di Rosetta dell'arte. Non siamo in grado di penetrarne i codici, di leggerne i significati nascosti, di interpretarla. E, volendo risalire alla sorgente di questa frattura, dobbiamo indagare il secolo dei lumi.

Esatto. Lo stesso '800 che si addentra nei meandri della mente finisce per allontanare da sé uno dei principali e più potenti strumenti d'indagine.

La ragione, nel rivendicare il suo diritto d'esercizio, finisce per prevaricare tutto ciò che la circonda, compresi gli istinti e quelle pulsioni sessuali o contro costume, bandite come immorali o semplicemente bestiali. Rifiuta ogni forma di contatto o dialogo. Ed ecco che appare la nevrosi, dal cui studio prenderà le mosse il lavoro di Freud.

Decisamente emblematico è un sogno narrato dal poeta francese Charles Baudelaire in un'epistola all'amico Asselinau:

“Erano (nel mio sogno) le 2 o le 3 del mattino, e passeggiavo da solo per la strada. Incontro Castille, che aveva, credo, varie commissioni da fare, e gli dico che l'accompagnerò e che approfitterò della carrozza per fare una commissione personale. Così prendiamo una carrozza. Ritenevo mio dovere offrire alla tenutaria di una grande casa di prostituzione un mio libro che era appena uscito. Guardando il libro che tenevo in mano, risultò che era un libro osceno, il che mi spiegò la necessità di offrire l'opera a quella donna. Inoltre, nella mia testa, tale necessità era in fondo un pretesto, un'occasione per scopare, trovandomi là, una delle ragazze della casa, e questo implica che, senza la necessità di offrire il libro, non avrei osato andare in una casa del genere. Non dico niente di tutto questo a Castille, faccio fermare la carrozza davanti alla porta di quella casa e lascio Castille nella carrozza, ripromettendomi di non farlo aspettare a lungo. Subito dopo aver suonato ed essere entrato, mi accorgo che il mio cazzo pende dall'apertura sbottonata dei pantaloni, e decido che è indecente presentarsi così, anche in un luogo di quel genere. Inoltre, poiché mi sento i piedi molto bagnati, mi accordo che ho i piedi nudi, e che li ho messi in una pozza alla base della scala. Bah! - mi dico – li laverò prima di scopare, e prima di uscire dalla casa. - Salgo. - Da questo in poi il libro non compare più. -

‹‹Mi trovo in vaste gallerie, comunicanti, - mal illuminate, - dall'aspetto triste e cadente, come i vecchi caffè, i gabinetti di lettura di una volta, o le case da gioco squallide. Le ragazze, sparpagliate per quelle vaste gallerie, chiacchierano con uomini vari, fra i quali vedo alcuni collegiali. - Mi sento molto triste e molto intimidito; ho paura che mi vedano i piedi. Li guardo, mi accorgo che uno porta una scarpa. - Dopo un po', mi accorgo che sono calzati entrambi.

‹‹Ciò che mi colpisce è che le pareti di queste vaste gallerie sono ornate con disegni di ogni specie, - incorniciati – Non tutti sono osceni. - Ci sono anche disegni di architettura e figure egizie. Siccome mi sento sempre più intimidito e non oso abbordare una ragazza, mi diverto a esaminare minuziosamente tutti i disegni.

‹‹In una parte remota di una di queste gallerie trovo una serie molto singolare. In una quantità di piccole cornici vedo disegni, miniature, prove fotografiche. Rappresentano uccelli colorati con piumaggi molto brillanti, che hanno l'occhio vivo. A volte, ci sono soltanto delle metà di uccelli. - Rappresentano talvolta immagini di esseri bizzarri, mostruosi, quasi amorfi, come altrettanti aeroliti. Nell'angolo di ciascun disegno c'è una annotazione. - La ragazza tale, di anni... ha dato alla luce questo feto nel tale anno; - e altre annotazioni di questo genere.

‹‹Mi viene da riflettere che quel genere di disegni non è certo fatto per ispirare idee di amore.

‹‹Un'altra riflessione è questa: Esiste davvero un solo giornale al mondo, ed è Le Siècle, che possa essere talmente stupido da aprire una casa di prostituzione mettendovi al tempo stesso una specie di museo di medicina. - In effetti, mi dico a un tratto, è stato Le Siècle a finanziare la speculazione di questo bordello, e il museo di medicina si spiega con la sua mania del progresso, della scienza, della diffusione dei lumi. Allora riflesso che la stupidità e l'insipienza moderne hanno una loro utilità misteriosa, e che spesso, per opera di una meccanica spirituale, ciò che è stato per il male si volge in bene.

‹‹Ammiro in me stesso la giustezza del mio spirito filosofico.

‹‹Ma fra tutti quegli essere ce n'è uno che ha vissuto. E' un mostro nato nella casa, e che sta perpetuamente su un piedistallo. Sebbene sia vivo, fa dunque parte del museo. Non è brutto. Il suo volto è persino grazioso, molto brunito, di un colore orientale. In lui c'è molto rosa e verde. Sta accucciato, ma in una posizione bizzarra e contorta. Inoltre c'è qualcosa di nerastro che gira più volte attorno a lui e alle sue membra, come un grosso serpente. Gli chiedo che cos'è, mi risponde che  è un'appendice mostruosa che gli parte dalla testa, qualcosa di elastico come il caucciù, e così lungo, così lungo che se lo arrotolasse attorno alla testa come una coda di cavallo sarebbe troppo pesante e assolutamente impossibile da portare, - e perciò è costretto ad arrotolarselo attorno alle membra, il che d'altronde fa un effetto migliore. Chiacchiero a lungo con il mostro. Lui mi mette a parte delle sue noie e dei suoi dolori. Sono anni ormai che è costretto a rimanere in quella sala, su quel piedistallo, per la curiosità del pubblico. Ma la noia principale, per lui, è all'ora di cena. In quanto essere vivente, è tenuto a cenare con le ragazze della casa, - a camminare barcollando con la sua appendice di caucciù fino alla sala della cena, - e lì deve tenerla arrotolata attorno a sé o sistemarla su una sedia come un pacchetto di corde, perché se la lasciasse strascicare per terra, questo gli rovescerebbe la testa all'indietro. Inoltre è costretto, lui che è piccolo e tozzo, a mangiare accanto a una ragazza alta e ben fatta. - Per altro mi dà tutte queste spiegazioni senza amarezza. - Non oso toccarlo, - ma mi interesso a lui.

‹‹In quel momento, - (questo non è più un sogno) mia moglie fa rumore con un mobile in camera sua e questo mi sveglia. Mi sveglio stanco, fiaccato, con le ossa rotte, la schiena, le gambe e i fianchi indolenziti. - Presumo che stessi dormendo nella posizione contorta del mostro.››

Noi siamo i collegiali e le ragazze che chiacchierano amabilmente ai lati delle gallerie.

Frequentiamo abitualmente il bordello senza neanche rendercene conto, ne facciamo parte in maniera totalizzante: siamo in vendita. Ma la nostra merce non è niente di particolare: offriamo ciò che comprendiamo di noi stessi, ossia una briciola, una pura parvenza estetica, superficiale come le nostre frivole discussioni.

Fra di noi, tuttavia, arrivano a distinguersi persone che riescono a scavare la superficie, ad indagarsi, a scoprirsi, e tanta più consapevolezza acquisiscono tanto più si sentono in discussione, all'asta: sono gli artisti, condannati a girare scalzi, pieni di un senso di provvisorietà e timore totalmente estraneo a chi, beatamente ignaro, si aggira ben vestito per la realtà-bordello.

Il libro, che appare all'inizio del sogno, è il lasciapassare necessario ad osservare la realtà ad un altro livello, da estraneo. La sua oscenità sta nelle scomode verità scoperte, che non permettono più di ignorare o passare avanti. Per analogia, potremmo affiancarlo alla mela dell'albero della conoscenza, che instaura nelle menti di Adamo ed Eva l'idea del peccato, privandoli dell'ignara, animale beatitudine che li caratterizzava. Nulla sarà più come prima.

Ammiriamo una dopo l'altra le mostruosità create dalla stupidità umana, in un'avanzata verso il progresso che assomiglia, più che ad un atto di volontà, alla barcollante andatura di un ubriaco.

Le cose che ci si parano davanti acquisiscono via via complessità crescente, prendendo gradualmente vita, fino a giungere al mostro nato nel museo.

Quel mostro siamo noi. E' la parte nascosta del nostro io che, nel momento di quiescenza della nostra coscienza, ha preso forma, plasmata dal museo e dai suoi meccanismi. Attraverso l'arte, quale strumento di indagine conoscitiva di ciò che ci circonda e di noi stessi, siamo riusciti ad ammirarlo – ammirare, sì, non toccare. Perché noi siamo quel mostro, allo stesso modo in cui siamo formati dal nostro Io cosciente.

Siamo il risultato della collaborazione fra le differenti parti della nostra mente, ognuna delle quali conserva il suo diritto ad esistere.

Esistere... Parola su cui varrebbe la pena riflettere.

In che modo la nostra mente si rapporta con la realtà? O, ancor più importante, cos'è la realtà?

Esiste una realtà scientifica, fatta di misurazioni strumentali e dati empirici.

Esistono poi le realtà sensibili, ossia quelle immagini di mondo che ognuno di noi matura attraverso l'esperienza sensoriale, che differiscono da individuo ad individuo.

In aggiunta a queste inevitabili differenze percettive interviene poi il filtro della mente, che pone il suo inconfondibile marchio sull'esperienza, rendendola unica.

Per renderci conto di questo processo basterebbe soffermarsi un attimo a ragionare sul funzionamento del linguaggio: usiamo delle parole per cercare di trasmette all'altro un concetto, un'idea, una sensazione. Raramente, tuttavia, ci poniamo nella condizione di esaminare il modo in cui tale messaggio viene recepito. Passando da una “bolla” di realtà ad un'altra, infatti, una parola può finire per veicolare un significato totalmente diverso dall'intento originario: il suo carattere evocativo fa leva sul banco di esperienze del singolo individuo che finisce per interpretare quel codice a suo modo.

Questo tipo di ragionamento risulta valido per qualsiasi tipo di linguaggio, dalla parola alle espressioni facciali.

Queste incomprensioni sistematiche risultano generalmente impercettibili, in quanto non siamo coscienti del processo di reciproca influenza fra mente e realtà.

Ci illudiamo che il museo che vediamo, che viviamo, sia lo stesso degli altri, ma non è così. Ed una volta scoperta questa sottile ma sconvolgente verità, perché non giocarci?

D'altronde, se non esiste una realtà condivisa, per quale motivo l'universo altrui dovrebbe essere più vero del mio? Siamo tutti sullo stesso piano, indipendentemente dal fatto che la nostra visione del mondo sia osteggiata e ritenuta “irreale” da tutto il resto dell'umanità.

Questo processo di creazione, volontaria, che soggioga alla mente, alla coscienza, l'universo sensibile è il presupposto dell'arte, che si esprime nel condensarsi dell'individualità dell'artista in un'opera, carica di un tale significato recondito da poter smuovere l'interiorità di altrui, in un processo teoricamente infinito. In tal senso, è assolutamente giusto affermare che l'arte genera arte.

E per rendere tutto questa discussione meno astratta, e più tangibile, invito a godere dei quadri di Van Gogh, che nascono in maniera prorompente da questo processo mentale.

Ma, come molti di voi sapranno, il pittore olandese soffriva di una patologia psicologica.

Eppure potremmo giudicare falsi i suoi cipressi, o i suoi girasoli, ponendo che lui li vedesse esattamente così?

Van Gogh rifiuta la realtà generalmente condivisa, in maniera vistosa. Altri, invece, lo fanno in maniera sottile. Quasi non li additeremmo come folli: in fondo, cosa anima un'idealista? O un riformista? La voglia di cambiamento, di trasformare ciò che è in qualcos'altro, di migliore.

Non è rifiuto della realtà, questo?

Loro, risponderete voi, si muovono sempre nei limiti della normalità - che parola vaga – mentre il pazzo vi sfugge. C'è chi sostiene per codardia, chi per altro. Siamo forse noi nelle condizioni di giudicare?

Una volta che la coscienza arrivare a sovrastare la conoscenza, i labili confini all'interno dei quali siamo abituati a muoverci perdono di significato, sfumano. Rimane solo una mente che incontra la volontà, ed insieme si lanciano a piedi nudi verso l'Infinito, forti di quella meccanica spirituale capace di trasformare il male in bene o, sarebbe meglio dire, di quell'audacia che spinge Au fond de l'Inconnu pour trouver du nouveau!

D'altronde, Enfer ou Ciel, qu'importe?

 

 

Luca Palmieri III A LST

 

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