Sull'Acropoli, illuminato dalla calda luce del sole Ateniese, sorge il Partenone; il marmo, una volta bianco e lucente, ora appare consumato dal tempo, invecchiato, ruvido. Eppure questo trasmette al tempio una tangibile prova dei secoli che lo hanno scalfito, attraversato, rendendone immutabile la storia.
Apparentemente può sembrare solo un tempio diroccato, ma sapere quanta arte e quanto ragionamento si trova dietro a ogni singolo blocco di marmo, anche il più piccolo, può rendere concreta la perfezione di quest'opera, la dedizione e la passione che contiene e che lo attraversa.
Il Partenone è essenziale: non c'è nulla di superfluo che ne vada a intaccare la bellezza, che neppure il tempo e la natura hanno potuto variare; perché il Partenone è parte integrante della natura, sorge sull'Acropoli come un cristallo incastonato in una roccia, ed è proprio questo che mostra il suo essere essenziale. La sua architettura è fondata sul rapporto aureo, le sue proporzioni minimali sono rapportate ad ogni elemento che lo compone: è perfezione.
La perfezione sta nell'impeccabile alchimia che amalgama le colonne allo stilobate, al timpano, facendoli apparire tutti nati dallo stesso blocco di marmo e non assemblati insieme dopo averli scolpiti separatamente.
Le colonne ancora in piedi e lo stilobate incredibilmente piatto mi fanno pensare a una scalfittura calcolata al millimetro, eppure so che è solo un'illusione ottica, perché quelle colonne regolari, quelle lastre di marmo così lineari sono state in realtà adeguate alla vista umana, rese imperfette, inclinate e concave per permettere all'uomo di vederle diritte. Sono impercettibili correzioni ottiche, alle quali la vista umana cede, incapace di coglierne la vera struttura.
Mi muovo verso l'interno, a terra il sole proietta le ombre delle colonne, a loro volta accarezzate da giochi di luce, e quelle ombre scandiscono un ritmo lento, spesso interrotto bruscamente dall'immagine distorta di una colonna spezzata.
Eppure, quei corridoio di colonne rastremate, i resti abbandonati a terra come foglie sotto gli alberi in autunno trasmettono malinconia, dovuta alla sensazione che le parti distrutte siano come la fine della storia di questa grande opera.
Ma, alzando gli occhi e guardando in alto, oltre il timpano crollato, con la grande cornice formata dall'architrave e dal fregio, mi consolo vedendo il cielo che splende sopra il Partenone.
Lentamente torno indietro, ripercorro l'intera navata fino a raggiungere l'esterno. Dall'Acropoli vedo Atene, sotto di me. Mi volto per guardare ancora un'ultima volta il tempio, e il marmo color sabbia è discreto accanto agli alberi, non eccede, non si mostra, si nasconde quasi.
Armonico e naturale, il Partenone è come se fosse sempre esistito, cresciuto lì da solo, senza mano dell'uomo.

 

 

Alice Calvano

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