Nel suo Caravaggio Robb scriveva: “ Le cose esistevano solo in quanto erano visibili”.

Logicamente l’uomo per rappresentare le proprie emozioni, per trasmettere ad altri sensazioni nuove e penetranti, per comprendere il suo ruolo all’interno dell’universo, si basa da sempre su ciò che lo circonda tentando di imitarne la perfezione delle forme, dei suoni, delle sfumature che soltanto l’occhio di un artista, che avverte profondamente la presenza di un legame in fondo così solidale con il mondo che lo avvolge e lo ingloba, può cogliere.

E la luce è l’elemento fondamentale per guidare l’artista nella sua nuova creazione.

L’introduzione in riferimento al testo di Robb sembra costituita da parole scontate e banali, ma se si va oltre le apparenze si comprende bene quanto sia essenziale la funzione della luce, senza la presenza della quale sarebbe impossibile osservare la perfezione e l’armonia con cui si presenta ogni elemento della natura, nato per completare quelli circostanti, per renderli migliori, restando in comunione con loro.

Ciò mi porta dunque a riflettere sull’elemento temporale per cui ogni cosa è destinata a perire.

Ovvio, non ci si può aspettare l’eternità in un mondo che si evolve in continuazione, che muta, che invecchia.

Il Partenone è “un cristallo che nasce dalle rocce dell’Acropoli” perché colpito dai raggi della luce li rompe, li spezza, li frammenta così come un cristallo ne riflette le varie lunghezze d’onda.

Il tempo è scandito. Un tempo che si ferma e si adagia tra gli intercolumni, un tempo eterno che agisce lentamente sulla natura.

E la natura rispecchia le forme geometriche, impossibili da rappresentare correttamente nella realtà, in quanto nate da un mondo ideale troppo perfetto da essere concretizzato.

Ciò che meraviglia più di tutto è infatti che l’uomo, quando pensa al mondo geometrico, fa riferimento a concezioni aprioristiche concepite da sempre solo ed esclusivamente come pure idee, come immagini inesistenti se non in un mondo che va al di là del sensibile, del fisico: il mondo metafisico.

È l’artista infine che dovrà dimostrare la propria abilità apportando le correzioni adeguate alle sue opere, e mediare tra il mondo intelligibile, delle idee e quello sensibile: egli riesce a comporre le proprie creazioni basandosi sull’unione di piccoli ma indispensabili elementi e a disporli uno di fianco all’altro in modo armonioso, nel rispetto delle proporzioni.

Questa è mimesi: unione di parti, di frammenti appartenenti a corpi diversi, che si fondono apparendo perfetti. È il raggiungimento della bellezza ideale nella natura.

Pitagora faceva riferimento all’ “Armonia delle sfere celesti”. I moti e le dimensioni dei pianeti risultavano per lui corrispondenti ai toni musicali: musica impercettibile ad orecchio umano, musica che condividiamo giorno e notte inconsapevolmente con l’intero universo, di cui l’uomo è parte infinitesimale. Qualunque azione egli compia interviene a cambiarlo e qualsiasi cosa accada intorno, inevitabilmente, riguarda l’essere umano in prima persona.

Ciò è sottolineato anche in una poesia che tempo fa mi colpì molto.

Il poeta inglese John Donne, in uno dei suoi componimenti, afferma che nessuno è un’isola a sé stante: la morte di ogni uomo genera come conseguenza una mancanza, un difetto nella vita di tutti gli altri.

Nonostante si tratti solo di un breve percorso, la vita dell’essere umano scorre per un attimo in parallelo con quella più lunga dell’universo in cui occupa una posizione centrale, di privilegio.

Entrando dunque in contatto, queste si plasmano a vicenda, influenzandosi in continuazione.

 

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