Il tempo trattato da Michelangelo nelle tombe medicee è totalmente l’opposto del ruolo che questo assume nella Tempesta di Giorgione.

Possiamo parlare di due tipi di infiniti: uno in atto nelle tombe, l’altro potenziale spaziale e temporale nella Tempesta.

Per Michelangelo lo scorrere del tempo è fondamentale: la vita è un ciclo continuo che termina con la morte del fisico, che avviene in un momento preciso, per riprendere il suo percorso nell’aldilà.

In tutto ciò, il non finito presente sul volto del Giorno sottolinea come l’uomo non conosca altro che il passato che in esso racchiude il presente, troppo sfuggente per essere colto nella totalità, in modo immediato. Se si crede nel destino si pensa che tutto sia già pianificato, ma se si pensa al libero arbitrio si può capire che soltanto l’uomo, attraverso la vita, costruisce il percorso che egli seguirà.

Facendo attenzione al modo in cui Michelangelo dispone le statue del Giorno, della Notte, del Crepuscolo e dell’Aurora possiamo notare come queste costituiscano uno schema particolare che delinea il simbolo dell’infinito, il quale centro è sormontato dalla cupola della Sagrestia Nuova.

Si tratta di un infinito in atto, che include solo il mondo della vita ultraterrena, intellettuale.

Entrando nella Sagrestia, lo spettatore si separa dalla realtà per vivere in modo assoluto un tempo introspettivo, soggettivo, che permea lo spazio, del quale si percepisce la presenza e il fatto che rappresenti l’eternità della vita dopo la morte.

È un cammino continuo che si sposta sempre seguendo lo stesso circuito secondo sequenze speculari date dai ribaltamenti della visuale di chi osserva dal centro della cupola, da sinistra verso destra, il Giorno e la Notte; il Crepuscolo e l’Aurora.

È dalla cupola che irrompe la luce. Simbolo divino, incorrotta dalla vita terrena dell’uomo, attribuisce maggiore significato alla sensazione dell’esistenza di un infinito che annulla il resto, che si estrania. Rappresenta la possibilità dell’anima di continuare il suo viaggio, anche dopo il breve periodo in cui è stata incarnata in un corpo, per poi godere della luce divina, con il riscatto di aver condotto una vita guidata dalla coscienza e dalla moralità.

Nella tela della Tempesta, Giorgione riesce ad intrappolare un fenomeno, un lampo, che nella realtà si verifica in una frazione di secondo.

Osservando, però, più a fondo l'opera, ci accorgiamo che non è di un attimo che l’artista parla.

Anche qui il tempo è infinito, ma non si stacca dal mondo, dalla storia. Non si estrania dalla vita.

Si tratta di un infinito potenziale spaziale perché, seguendo i colori che creano ogni singolo elemento dell’opera e che costituiscono la sua prospettiva, è scontato immaginare un “oltre”.

Si ha la consapevolezza che il paesaggio non abbia termine.

Giorgione, seguendo il suo modo rivoluzionario di dipingere, crea direttamente sulla tela ciò che vuole rappresentare solo dopo una lunga meditazione, che lo porterà ad avere chiara in mente l'ispirazione.

Si può però parlare anche di un infinito potenziale temporale perché sembra che l’artista voglia  riportare alla mente dell’osservatore una lunghissima storia, ricostruendo le vicende che hanno fatto si che questa avesse un preciso svolgimento.

Le rovine sul fondo e il rivolo dividono, ma allo stesso tempo accomunano, le vite delle tre persone presenti nel quadro. Possiamo parlare però di due soli passati, in quanto il bambino è ancora troppo legato alla figura della madre per permetterci di immaginare che abbia già condotto una vita del tutto indipendente:  la sua sta appena iniziando. Si tratta dunque di due storie, di due condizioni differenti, per ciò che riguarda il pastore e la donna che allatta il figlio. Due percorsi costituiti da esperienze diverse che fino ad ora avevano viaggiato parallelamente, e che nell’attimo della visualizzazione di un lampo nel cielo, sono portati a provare un’esperienza comune che, come Argan afferma, preannuncia il “battesimo della pioggia”, pur sembrando che nessuno dei due si accorga della presenza dell’altro.

Giorgione ha dunque la facoltà di cogliere l’istante in cui si verifica tutto ciò e di catturarlo nella tela, portando così il brevissimo tempo in cui ogni cosa accade ad un’estensione talmente elevata da renderlo infinito, come se avesse scattato una fotografia.

E lo spettatore, che riesce a percepire la storia raccontata a ritroso, si accorge della presenza dell’infinito potenziale temporale.

Il passato è nelle rovine in secondo piano; il presente è nel lampo e nei personaggi che si ignorano completamente e la cosa più spettacolare è che lo sguardo lungimirante della donna sdraiata sul prato, in quanto sta a rappresentare il forte legame uomo-natura esistente, coinvolge nell’opera persino il futuro.

Ella sembra volergli affidare il destino della vita umana: quello del figlio, ancora troppo piccolo per poter badare in modo autonomo a se stesso.

La tela ingloba tutto in un continuo: lo spazio non termina là dove si scorge l’orizzonte e il tempo non potrà mai essere fermato. Continuerà a scorrere per sempre.

Per questo si può parlare di infinito potenziale spaziale e temporale: si tratta di una serie di piccoli anelli che, uniti insieme, formano una lunghissima catena che non ha termine.

E per spiegare meglio questo concetto è impossibile non riferirsi alla poesia “L’infinito” di Leopardi il quale, prima di tutti, sente questo tipo di infinito, esprimendone le caratteristiche in modo molto commovente attraverso la sua poetica.

Leopardi, tormentato nell’anima dalla siepe che gli impedisce la visione di ciò che c’è oltre la verde barriera, sa che al di là di quella esiste qualcosa di meraviglioso ed importante, e riesce a percepirlo con la mente.

Capisce che non c’è termine all’orizzonte e che il tempo scorrerà per sempre.

Osservando attentamente la Tempesta possiamo provare le stesse emozioni di Leopardi, che riferisce come egli sia confortato dalle sensazioni che prova pensando a ciò che c’è oltre il proprio spazio vitale, delimitato dalla siepe, che diviene quindi il mezzo per superare i limiti concessi dalla vita.

Si abbandona al senso di unificazione tra il suo piccolo mondo e uno smisuratamente più grande ed esteso di questo, non curandosi più della barriera che ha davanti agli occhi.

Apre le pupille dell’anima e sente il tempo estendersi all’infinito avvicinando il passato, il presente ed il futuro in un unico eterno suono.

 

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