L’istante che scaturisce dal primo battito di un cuore è il solo destino che un uomo può sperare di possedere.

 

L’intelletto trova spontaneo comparare l’inizio e la fine, la nascita e la morte, con il tempo del quale l’uomo diventa padrone.

Giorgione e Michelangelo condividono l’idea di un tempo che non è proprietà di nessuno, ma che fugge, scorre e riunifica le vite nella morte: noi possiamo solo seguire questo fiume in piena che ci travolge e non ci aspetta.

Leggendo la “Tempesta” in chiave temporale, sovviene una sensazione malinconica ed infelice della vita: ognuno è prigioniero del suo destino, troppo affaccendato nella realizzazione di un io egoista per cercare di condividere con gli altri non solo un istante, ma un evento.

È vero che il fulmine, dunque ancora una volta la natura, tenta la conciliazione emotiva degli uomini, fermando il tempo, ma l’oggetto del suo tentativo, l’uomo, sceglie di rifiutare l’occasione sensibile, poiché è inevitabile sentirsi protagonisti del proprio tempo.

Il soldato e la zingara ci parlano di due storie divergenti, che non potranno mai avere nulla in comune nel loro corso, ma che sono costrette a restare nello stesso spazio ed in un unico tempo, fuori luogo e fuori tempo.

…è come se il loro corpo fosse lì e la mente continuasse a pensare al futuro, alle conseguenze…

Non ci può essere comunicazione fisica e temporale tra le due figure che rimangono impassibili all’evento della pioggia in sé: ciò che conta è il loro ego, la preoccupazione di se stessi.

Il fiume è la chiave di tutta l’interpretazione: è una barriera impossibile da abbattere che, al di là di rappresentare la continuità spazio-temporale della storia, impedisce il legame tra le parti del mondo.

Il bambino non piange, è incurante di quanto accade intorno a lui: inconsapevole del suo destino, eppure già pensa a se stesso, a nutrirsi per sopravvivere e costruire la storia.

L’unico gesto d’amore è la speranza di una madre che sembra già aver accettato di passare in secondo piano rispetto al futuro di un figlio che ne lascerà testimonianza ai posteri, verso i quali rivolge uno sguardo fiducioso e sincero.

Il presente del dipinto, carico del passato che lo ha reso tale, perde di significato di fronte alla vastità del futuro che incombe: il fiume non termina il suo corso, non cede il posto alla calma, ad un tempo rilassante, ma diventa il limite di un rifugio nascosto.

Ognuno si crea un proprio spazio ideale: un tempo tutto suo che non si sincronizza con quello naturale.

La conseguenza immediata è l’assenza di una presa di coscienza di ciò che avviene intorno e la ricerca di uno stretto contatto con la natura, sola amica che accoglie e comprende l’uomo.

Un mondo completamente diverso è quello in cui vive Michelangelo e diversa è la sua interpretazione del tempo nelle tombe medicee.

 

La morte è il capolavoro ultimo che conclude l’esistenza umana: solo con la morte tutto è compiuto.

 

Cessa il tempo come l’uomo lo conosce e lo percepisce: l’anima ritorna nell’immortalità per contemplare le idee e il corpo non è più la sua prigione.

Le statue, prive di qualunque legame reale, sono immerse in un infinito spazio-temporale assoluto e si ricongiungono tutte in un punto: la morte.

La concezione antropologica secondo la quale l’uomo è prigioniero del tempo cede il posto ad un tempo cosmologico, ciclico ed incondizionato.

Hegel ci parla di una conciliazione tra il finito della vita e l’infinito dell’eternità: “ Diversamente dal ‘cattivo infinito’, l’infinito matematico come progressione inesauribile, il vero infinito contiene in sé la realtà del finito, uno Spirito Assoluto che esaurisce al suo interno ogni aspetto del reale”.

Il suo pensiero si traduce in quello di Michelangelo che, nelle tombe, fa in modo che sia Dio con il suo moto eterno e circolare a concedere all’uomo un tempo soggettivo, ripetitivo ed infinito, il cui fulcro coincide con il centro della circonferenza divina: è questo il punto di incontro dei due mondi.

Secondo Platone, infatti, Dio crea ‘un’ immagine immobile dell’eternità immobile o sua imitazione’.

Nel momento della fine, prevale l’infinito attuale, sottratto al divenire temporale, statico, contrapposto all’infinito potenziale che costruisce la storia dell’uomo, dal quale l’anima aspira di fuggire, espiando al più presto la sua colpa.

Proprio questa continuità indefinita del tempo impedisce al presente di essere fermo e certo: fa già parte del passato e si avvicina sempre più l’istante della liberazione.

Anche i duchi, esempi di magnificenza sociale in vita, aspirano al grande premio, rivolgendosi verso la Vergine e il Bambino, verso l’eternità.

Il transito dalla vita terrena a quella trascendente, rappresentata dai corpi in torsione, in realtà è già avvenuta e glorifica lo spazio con una luce immobile spirituale.

 

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