La ricerca ontologica di Cézanne, fondata sul nuovo classicismo, vuole dare una nuova immagine del mondo, un’immagine concreta che non va ricercata nella realtà esterna, ma nella coscienza. La classicità di Cézanne è essenza delle forme che rispondono a precise funzioni: è la virtù del giusto mezzo, la massima del mondo antico che ritroviamo in Fidia e nel Partenone.

Nella natura tutto è forma: il cielo, la montagna, l’uomo; ma la forma non può mai dirsi perfetta finché non viene messa in relazione con gli altri elementi della realtà. Accostando i contenuti l’uno all’altro questi si chiarificano, il pittore giunge all’equilibrio tra io interiore e mondo esterno, non è solo parallelismo, è identità spirituale.

Che pensare degli imbecilli che vi dicono: il pittore è sempre inferiore alla natura. Egli le è parallelo. Tutta la sua volontà deve tendere al silenzio. Deve far tacere dentro di sé tutte le voci dei pregiudizi, dimenticare, dimenticare, essere un’eco perfetta. Il paesaggio si proietta, si umanizza, si pensa in me. La natura veduta e la natura sentita devono amalgamarsi per durare, per vivere una vita metà umana, metà divina, la vita dell’arte, mi ascolti, la vita di Dio.

Il rapporto con la natura è meno immediato rispetto a quello degli impressionisti, più sofferto e profondo. Restava ore intere in solitaria contemplazione, il processo del pittore vuole imitare quello della natura nell’atto di darsi forma, ma per rendere la mente un’eco perfetta è necessario abbandonare tutti i pregiudizi, demolire la struttura della coscienza, o meglio, il modo di percepire la realtà. Nel ‘Quattrocento con l’introduzione della prospettiva si giunge a razionalizzare il dato sensibile, e quello che compare sulla tela può definirsi come uno spazio pensato intellettualmente attraverso schemi visivi dati dalla geometria. Cézanne non ha mai voluto astrarre, sempre e soltanto realizzare. L’utilizzo di forme geometriche -da parte della coscienza- consente di ritrovare Poussin nella natura, ovvero la meditazione del passato nella flagranza della sensazione. La geometria era lo scheletro della coscienza, un mezzo col quale il pittore affina la propria sensibilità per cogliere  il mondo nei suoi tratti essenziali, eterni, soprasensibili. L’idea e l’astrazione indicano l’ansia di ricreare, non dipinge mai da una stessa prospettiva o senza trovarsi in presenza del vero: il cambiamento del punto di osservazione, seppur minimo, era necessario per l’assunzione in toto del mondo. Lo scienziato, che osserva gli elettroni senza poterne determinare contemporaneamente la posizione e la velocità, è paragonabile al pittore che non può percepire con un solo sguardo la realtà tutta, ma può sentire il ritmo profondo e sempre diverso del cambiamento in atto, ecco perché un paesaggio viene studiato nelle più svariate angolature e la pennellata compare sulla tela solo dopo una profonda meditazione. La pennellata deve soddisfare infinite condizioni in quanto definisce l’aria, l’oggetto, il volume, la profondità, l’inclinazione, la luce, lo stile.

La montagna di Saint-Victoire è ridotta alle sue forme primordiali, la scomposizione in prismi rifrangenti consente di chiarificare la petite sensation, di ricondurre a ogni nota cromatica una precisa definizione formale. Il termine “modulazione” assume in Cézanne lo stesso significato che ha in musica, è intesa cioè come un passaggio di tonalità nel medesimo colore, fondamentale per esprimere il rapporto inscindibile tra oggetto e spazio. Nel cielo della Montagna ci sono i verdi e i marroni della vegetazione, mentre i grigi e gli azzurri compaiono nel paesaggio.

La riflessione sul ruolo che l’individuo assume nel mondo dà risultati positivi: l’io non conquista il mondo e non ne viene conquistato, tuttavia l’artista non si considera mai soddisfatto dei risultati ottenuti, muore in uno stato di profondo turbamento, consapevole di aver sollevato una problematica che potrà essere risolta solo dai posteri.

 

 

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