La scuola veneta accomuna diversi artisti che, col tempo, si identificheranno con le loro peculiarità artistiche, nelle quali apporteranno elementi di quella pittura tipicamente veneta.

Questa si basa su alcuni concetti fondamentali:

-          unificare il processo di ideazione e di esecuzione, basandosi sull’esperienza e sul rapporto che l’uomo sente di avere con la storia e la natura del suo tempo;

-          dipingere per esprimere concetti, pensieri, sensazioni e la propria visione dell’arte;

-          sfruttare il colore e la luce come manifestazione dell’espressione individuale;

-          vivere, personificando, il tema della sacralità;

-          identificarsi nei quadri.

L’influenza della scuola veneta si ritrova in artisti come Caravaggio, Giorgione, Tiziano e Tintoretto che, da alcune di queste idee-base, fondano il loro pensiero artistico.

Nelle loro pitture l’esecuzione è il processo principale, eliminando, invece, l’ideazione che è sostituita dall’improvvisazione, poiché l’ idea nasce come conseguenza e perfezionamento dell’esperienza.

Ciò che conta è il primo impatto emotivo, la possibilità di comunicare sensazioni, e per far questo, Tiziano sceglie la struttura composta con il Polittico Averoldi; Tintoretto “gioca” sugli effetti che la luce produce nell’ Ultima Cena; Giorgione si serve del colore nella Tempesta, ne I Tre Fisolofi e nella Madonna Di Castelfranco; Caravaggio si affida alla rappresentazione del reale e all’unione della figura-uomo con la figura-divino nel Riposo in Egitto e nel Bacco Adolescente.

Nel Riposo in Egitto ritorna il tema dell’insegnamento: è il giovane angelo a suonare il violino, ma il sostegno del suo spartito è quello di un vecchio, stanco. Ciò mi fa pensare al tramonto della scuola veneta, che il vecchio uomo rappresenta, e al suo appoggio per i protagonisti dell’arte successiva, i giovani talentuosi, che non potranno far altro che basarsi sugli insegnamenti dei loro maestri, veneti in tal caso.

È, Giorgione, inoltre, a dare una svolta alla tecnica pittorica, dipingendo direttamente sulla tela e correggendo i suoi quadri, secondo le esigenze istintive, sul momento.

Questo non vuol dire che la scuola veneta gli abbia insegnato a privare di ogni senso logico le proprie opere, poiché il colore nasce dopo un profondo studio osservativo che conduce all’attribuzione di significati biblici, storici e mitologici ai protagonisti del quadro, ancor prima di essere dipinti.

L’originalità, invece, consiste nell’improvvisazione e nel saper cogliere istanti particolari, anche brevi, ma ricchi di significati nei quali l’uomo può identificare il proprio pensiero, perché essi rappresentano parte della sua storia. È il caso della Tempesta: tutto si svolge in breve tempo e quell’istante diventa il simbolo di una situazione reale, comune; del Riposo in Egitto e de I Tre Filosofi, dove si ha la contemplazione della natura che appare in perfetta armonia con l’uomo che si rifugia in essa.

Certo, riferendosi all’ultimo quadro citato, non si direbbe, a prima vista, che ci sia un equilibrio dialogato tra natura e personaggi che, nella Tempesta, invece, non comunicano tra loro, ma l’unione è data dal modo di trattare il colore.

Il colore crea l’equilibrio, con le sue tinte tipicamente venete, grazie al quale le figure possono addensarsi in un angolo, in un lato del dipinto, lasciando l’opposto privo di massa. È così che il rosso può convivere con un verde acceso, senza infastidire la vista.

Sono colori che si ritrovano in Caravaggio, nei suoi primi dipinti (il Riposo in Egitto, il Bacco Adolescente) dove prevalgono le velature, la compattezza del verde della natura, la morbidezza del bianco delle vesti, l’originalità del rosso.

…È come se la pittura divenisse una poesia di versi reali e divini, scorrevoli e lenti, leggeri e profondi… un’espressione di quella realtà vista in chiave di una struttura composta.

Proprio come fa Tiziano nel Polittico: richiama il tema della sacralità come storia di un uomo che, dalla sua nascita, rappresentata dalla Madonna e dall’angelo, simbolo dell’annunciazione, attraverso molti episodi della sua vita, sottolineati dalla figura di San Sebastiano, giunge alla resurrezione, non più da uomo.

Il tema della sacralità è tipico della scuola veneta ed ogni artista lo vive in maniera differente: Caravaggio lo vede come un momento di intimità, di tranquillità e in armonia con la natura circostante (Riposo in Egitto) e la stessa armonia si ritrova in Giorgione, nella Madonna di Castelfranco, dove, anche qui, prevale l’intimità: l’importante è esprimere il concetto, privandolo di particolari futili che possano persuadere la mente dell’osservatore.

Tintoretto, invece, sceglie la moltitudine: l’ Ultima Cena è un ricercare di ruoli ed un “ignorare” il tema di fondo: “la vicina morte di Cristo” che, letta in chiave diversa da quella esposta, può significare il caos generale e uno sfuggire, con la confusione, alla paura della morte.

Qui, stupisce, però, l’uso che l’artista fa della luce: è una luce che prende forma e che nasconde, quella luce che sarà tipica dei dipinti di un Caravaggio più distaccato dagli insegnamenti della scuola veneta.

Un effetto importante della luce e del colore veneto è la visione delle particolarità, così minuziosamente riportate come nel Bacco Adolescente di Caravaggio, dove sono visibili persino le bollicine del vino; in tutti i dipinti di Giorgione, dove la natura si manifesta con ogni sua sfumatura; nell’Ultima Cena di Tintoretto, dove è la luce fioca e poi intensa a dare forma alle figure, a far apparire le loro sagome.

Tutti questi elementi chiarificano e rendono esplicito il pensiero degli artisti, aiutando a comprendere il concetto fondamentale dei dipinti, dove ancora si ritrova, grazie all’influenza della scuola veneta, la rappresentazione poetica della realtà.

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