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Sono un insegnante di scuola superiore dal 1984, la mia materia è Disegno e Storia dell’Arte nel Liceo delle Scienze Applicate e Tecnologie e Tecniche di rappresentazione grafica nell'Istituto Tecnico, la scuola è l'ITIS Stanislao Cannizzaro di Colleferro in provincia di Roma. Ho diverse abilitazioni per insegnare compresa quella di Storia dell'Arte nei licei e sono entrato nella scuola come vincitore di concorso. Nella vita coltivo, ed in passato ho coltivato, numerosi interessi che spaziano dalla musica classica a quella cantautorale, alla lettura con una particolare predilezione per i libri sull'educazione, sulla psicologia adolescenziale e generale e sul disagio giovanile, questo mi ha portato a specializzarmi recentemente con un corso post universitario in Psicologia dell'adolescenza col massimo dei voti. Mi sono laureato con lode a Roma nel '77 in Architettura ed ho sempre creduto in ciò che affermava Vitruvio: «L'architettura, disciplina dell'edificare, sceglie, dirige e giudica i contributi pratici e teorici di molte altre scienze ed arti. (…) il vero architetto dovrà possedere doti intellettuali e attitudine all'apprendere… Sia perciò competente nel campo delle lettere e soprattutto della storia, abile nel disegno e buon matematico; curi la sua preparazione filosofica e musicale; non ignori la medicina, conosca la giurisprudenza e le leggi che regolano i moti degli astri... Dal momento che dunque questa disciplina è così importante, supportata e arricchita da numerose e svariate forme di cultura, non credo che possano definirsi subito a buon diritto architetti, se non coloro che siano giunti alla vetta suprema dell'architettura dopo esser stati nutriti della conoscenza della maggior parte della letteratura e dell'arte, attraverso la salita per questi gradi delle discipline. Ma forse sembrerà sorprendente agli inesperti che una natura umana impari alla perfezione un numero così grande di insegnamenti e li conservi nella memoria. Quando però avranno constatato che tutte le discipline hanno tra loro una sostanziale comunanza di oggetti, si convinceranno che può accadere facilmente; una cultura enciclopedica infatti è come un corpo unico composto da queste membra.» (Vitruvio, architetto del I secolo a.C., De architectura)
E forse è per questo che da sempre mi interesso di arte e non solo perché la insegno, poi naturalmente di architettura ma anche di fotografia, teatro, poesia, viaggi, per trent'anni ho girato il mondo dal Marocco a Capo Nord, da Mileto a New York, poi di cucina sia occidentale che orientale, di filosofia, politica, sociologia, antropologia, paleontologia e paleoantropologia, evoluzionismo, fisica moderna, fantascienza, nuove tecnologie, ho una certificazione Microsoft per la costruzione di siti web e reti informatiche, ho vinto premi nazionali ed internazionali di computer grafica, il campionato italiano, quello europeo di categoria, l'anno successivo sono stato finalista mondiale e l'anno successivo ancora ho vinto il mondiale di categoria e mi sono classificato secondo assoluto nel mondo, ho collaborato per cinque anni con la Rai disegnando siti web a carattere culturale. Mi appassiona il mare e le sue sfide, leggo quindi diari di bordo, racconti di navigatori e grandi esploratori. Naturalmente leggo anche molti romanzi sia italiani che stranieri. Provo molta curiosità per le culture degli altri popoli, per le ritualità sia laiche che religiose che esprimono, per le loro specialità culinarie e abitudini di vita. In sostanza sono fermamente convinto che per "Cultura" debba intendersi l'insieme delle conoscenze nella loro globalità e che ogni branca della conoscenza umana sia strettamente legata a tutte le altre, per dirne una, la filosofia è alla base sia della scienza che dell'arte, quindi credo in una visione totale del sapere. Purtroppo in molti oggi pensano che la cultura sia un tumore pernicioso, un male da sconfiggere, pensiamo all'abbandono e all'incuria del nostro patrimonio artistico, a quanto siano mal pagati i ricercatori, a quanto siano divenuti precari i lavori dell'archeologo o del restauratore, solo per citarne alcuni, e di quanto siano stati tagliati i fondi a disposizione dell'università e della scuola. Recentemente la nuova direttrice generale del CERN di Ginevra, Fabiola Giannotti in un'intervista ha affermato: "Non follia, ma creatività. Forse le due cose hanno confini che possono sembrare comuni quando si addentrano nello spazio del sogno. Lo scienziato deve essere capace di sognare. Ho sempre pensato che il mestiere del fisico si avvicini a quello dell'artista perché la sua intelligenza deve andare al di là della realtà che ha ogni giorno davanti agli occhi. Credo che la musica e la pittura siano le arti più prossime alla fisica". Non per nulla la scienziata è diplomata in pianoforte al Conservatorio, proprio come Einstein che suonò per tutta la vita il violino e che fondò, assieme all'amico Michele Besso e ad altri, un gruppo di discussione chiamato "Accademia Olimpia" dove si dibatteva di scienza e di filosofia. Non credo nella divisione tra scienza e arte, l'una completa l'altra, oggi chi vede la scienza e la tecnologia come uniche risorse per il futuro di questa nazione e giudica l'arte e la cultura dispendiose ed inutili, ricordiamo con amarezza le parole del Ministro della Repubblica Tremonti quando disse "Con la cultura non si mangia", mostra una grave forma di cecità che, in una visione esclusivamente economicistica, dimentica quanto la creatività e la cultura abbiano unito e creato ricchezza in questo paese. Sono convinto che perseverando in questa scellerata visione al nostro orizzonte non potrà che comparire un triste fallimento. Certo non sono uno specialista in tutte le cose che ho elencato, di alcune ho letto solo qualche libro e di altre molti o ne ho fatto esperienza, ma mi appassiona tutto ciò verso cui mi portano la fantasia, la voglia di conoscere e la curiosità.

Ora parliamo un po' di scuola, il mio interesse principale rimane sempre e comunque l'insegnamento, mestiere che faccio con dedizione e piacere dal 1984, quindi da circa un trentennio, al quale dedico gran parte del mio tempo sia per lo studio che per la preparazione ed il miglioramento delle lezioni.

Tramite il lavoro che svolgo ho potuto osservare come è cambiata la famiglia in questi anni e i meccanismi che hanno generato tali cambiamenti, quanto i nuclei familiari si siano disgregati e come si sia modificato nel tempo il ruolo che hanno i genitori in relazione all’educazione e alla costruzione del futuro dei figli. Ho potuto esplorare quanto la situazione economica influisca sul benessere sia dei ragazzi che dei loro genitori, con ripercussioni che difficilmente chi non è a contatto quotidiano con questa moltitudine variegata di realtà riesce a comprendere. Ho la possibilità di conoscere l’evoluzione che ha subìto in questi anni, e che sta tutt’ora subendo, l’approccio con cui le nuove generazioni si pongono in relazione alla realtà che le circonda, come è cambiato il loro sguardo verso il futuro, le speranze, le amarezze e la loro rinuncia a combattere. In definitiva l’osservatorio da cui ho la possibilità di guardare questo paese mi dà l’occasione di comprendere meglio cosa davvero stia accadendo in Italia. Le nuove generazioni sono i reagenti degli ormai infiniti ambiti in cui la società si attesta su schemi del tutto nuovi e spesso insondabili, quando un genitore perde il lavoro, o se la famiglia si disgrega per una separazione o perché si modifica il suo stato economico, portano mutamenti profondi su come un ragazzo si pone in relazione ai compagni e al mondo che lo avvolge. Inoltre dal 1984 ad oggi non sono solamente cambiati i riferimenti a cui i giovani si rivolgono, ma anche i modelli da emulare, le relazioni interpersonali e la costruzione delle loro interconnessioni col mondo. Non poco è mutato nelle dinamiche di conoscenza dell’ambiente e del fare esperienza, nel modo di apprendere e comprendere, di come si entra nella realtà e di come questa viene letta. In questi anni l’avvento della comunicazione senza soluzione di continuità, che permette di mantenere permanentemente l’accesso al mondo esterno ed al mondo esterno di accedere in permanente relazione con l’individuo e con questo potersi relazionare in ogni istante della giornata grazie agli smartphone, ai tablet, a Internet o ai social network, ha costruito un nuovo modo di strutturare il contatto con gli altri, di intessere relazioni affettive di ogni genere, amorose o amicali, è inoltre cambiata l’organizzazione del tempo a disposizione e dello studio, la relazione con se stessi e col mondo esterno sia di genere che di orientamento sessuale. L’era digitale ha portato più trasformazioni nell’uomo e nei suoi schemi di vita di quanto non abbia fatto la scoperta del fuoco o almeno a questa è paragonabile, è un nuovo mondo che nessuno conosce e le conseguenze di questa metamorfosi saranno comprensibili in tutte le loro implicazioni solamente tra molto tempo e con analisi a posteriori. Come abbiamo detto l’avvento delle nuove tecnologie sta portando una modificazione profonda nelle relazioni interpersonali tra gli uomini e le donne di tutte le età e fasce sociali, ma è soltanto vagamente immaginabile quanto possa essere dirompente nelle nuove generazioni e quanto poco sia possibile valutarne la portata, non escludendo da questa evoluzione anche i processi con cui i ragazzi imparano a conoscere il mondo attorno a loro e se ne appropriano. La velocità con cui viene fruita l’informazione, la massa di dati che sommerge la più semplice domanda di conoscenza, l’accesso dalla propria postazione a biblioteche sterminate in cui è difficile muoversi, l’impossibilità di approfondire e di costruirsi opinioni personali, l’approccio alla conoscenza estratta dalla rete come dato assoluto e non discutibile perché non si hanno le armi per interagire o mettere in discussione, pone a dura prova ogni possibilità anche remota di apprendimento sedimentabile o spendibile per il futuro. L’immagine che hanno i ragazzi di un mondo in evoluzione fluida e costante rende obsoleto qualunque approccio alla conoscenza che abbia come fine il sapere e la cultura personali. Penso che la scuola in tutto questo veda disconosciuto il ruolo che la società dovrebbe assegnarle, mentre è l’unico ambito in cui possa essere edificato lo spazio della mediazione tra la complessità dinamica del mondo e la conoscenza, l’analisi critica e la lettura consapevole dei cambiamenti in atto. La scuola è l’unico sistema di accoglimento per le nuovi generazioni che possa mediare tra la realtà e l’esperienza individuale, tra l’immagine di mondo che i ragazzi costruiscono per loro stessi e quello reale. Nessuna istituzione, nessuna organizzazione sociale, nessuna associazione può assolvere il ruolo di filtro tra l’individuo in formazione e la realtà che l’aggredisce con le sue meccaniche fuori controllo, è la scuola che si assume questo ruolo nonostante sia privata di mezzi, di prospettive e di considerazione da parte della società e dello Stato. I docenti dovrebbero essere oggetto di formazione continua per essere messi in grado di comprendere le mutazioni psicologiche, sociologiche e relazionali che questi processi innescano e per assolvere il ruolo di mediatori tra la vita reale e le necessità dei ragazzi. Ormai da decenni la scuola è abbandonata a se stessa, i corsi di aggiornamento sono sempre di contenuto discutibile, inefficaci, parziali e a totale carico dei docenti, l’innovazione tecnologica, tanto voluta dai governanti, si dispiega come un lenzuolo sulla scuola senza che vi sia alcun tipo di preparazione, e non parlo di preparazione tecnica, quella bene o male è diffusa, parlo delle metodologie d’approccio e dell’analisi delle conseguenze che questi cambiamenti si portano dietro. Questa nazione non sta investendo sulle giovani generazioni, sul futuro e su chi della preparazione di questo futuro si sta occupando. E’ triste prendere atto della distanza incolmabile tra la scuola e il bisogno di innovazione, attenzione, considerazione, crescita professionale e risorse economiche di cui questa necessita e che quotidianamente le viene negato.
Il ruolo del docente ormai viene visto come una sorta di riempitivo dei vuoti lasciati dalla società, una specie di stuccatore delle crepe profonde che ci trasciniamo dietro nella rincorsa ai rapidi mutamenti e agli adattamenti continui che obbligatoriamente l’esistenza ci impone, verso i quali siamo completamente impreparati a reagire e che non sappiamo comprendere, dimenticando in questo processo la preparazione dei nostri figli alla vita. E' il mandato sociale che la scuola riceve dalla Nazione che fa di questa qualcosa di unico e di molto speciale, o ciò si condivide in prima istanza oppure diventa difficile intendersi di cosa si stia parlando. Una nazione civile vede nella scuola il proprio avvenire e richiede agli insegnanti di assumersi la piena responsabilità della preparazione e della formazione sia sociale che morale dei futuri cittadini. E' con quest'ottica che molti di noi hanno dedicato e dedicano la loro vita a questo nobile compito. Una Nazione che umilia o semplicemente sminuisce il ruolo della scuola umilia se stessa e rinuncia a credere nel proprio domani. Ne consegue che chi opera nella scuola non può e non deve essere visto come un semplice impiegato o un burocrate che appura in maniera meccanica e asettica la quantità di competenze assorbite da teste vuote che le famiglie ci affidano affinché noi le riempiamo, convinte che in questo modo i loro figli saranno pronti ad affrontare il futuro. Lo sguardo sul mondo, che è nostra responsabilità dare ai ragazzi che ci vengono affidati deve essere ampio, appassionato, ricco di vita, di curiosità, di impeto e di aspettative. E' da quando i cittadini, aiutati dal martellamento di anni di cattiva televisione e di cattiva politica, hanno perso fiducia nel ruolo che la cultura riveste per lo sviluppo della Nazione che la scuola viene vista come mezzo transitorio e insufficiente per raggiungere l'unico obiettivo ormai richiesto: una preparazione tecnicista più che tecnica e versatile, asettica più che coinvolgente, utile più che totalizzante, asfittica più che appassionata, in un'ottica esclusivamente opportunistica. Questo ci ha trasformati ed ha al contempo trasformato l'immagine che di noi hanno sia i ragazzi che le loro famiglie e quindi la società intera, e di conseguenza il mondo della politica, il cui scopo è ormai ridotto a interpretare gli umori del popolo assecondandoli per accumulare consenso elettorale nell'immediato, accantonando così la responsabilità di immaginare futuri migliori a medio e lungo termine. Tutto questo ha posto in primo piano i fattori economici, facendo sparire dall'orizzonte condiviso il sogno che unisce e rende forte una Nazione. E' con questa triste realtà che noi insegnanti dobbiamo confrontarci quotidianamente, ed è questa una realtà straniante, che rende difficile confermare a noi stessi e agli altri il ruolo che siamo chiamati ad assolvere. In questa condizione è facile sentire il peso del mancato ascolto alle nostre parole, dove l'illusione ad una "via breve" che conduca al successo personale passa per una fascinazione che genera modelli pericolosi, portando famiglie ed alunni a non ritenere più necessaria la fatica della formazione. Oggi si è persa l'alleanza tra genitori ed insegnanti sostituita da quella tra genitori e figli, in una confusione generazionale che genera mostri e che allontana sempre più la scuola dal percorso formativo dell'individuo. La generazione con cui siamo chiamati a confrontarci "è cresciuta attraverso modelli identificatori apaticamente pragmatici, disincantati, cinici e narcisistici, nutrita da un uso smodato della televisione e dal regime della connessione perpetua alla rete" (M. Recalcati, L'ora di lezione). Tutto questo ha condotto alla morte del desiderio di conoscere, ad un offuscamento delle passioni che ha allontanato dalla lettura, dallo studio, dall'ascolto dell'altro, assegnando all'uso patologico di strumenti tecnologici e dei social network, o ancor peggio di droghe o alcolici, il compito di riempire i vuoti incolmabili dell'anima. La scuola ha bisogno di complicità, di accostamento, di condivisione ed accettazione, sia per il ruolo quotidiano che riveste, in cui si fa custode delle fragilità dei ragazzi, sia della missione di costruzione di un futuro migliore ed appagante, ed in questo percorso così accidentato non può rimanere isolata ed ignorata nel deserto delle passioni e della ragione che la assediano. La scuola è un ambito complesso oltre ogni immaginazione, è edificato su rapporti a volte di stima e fiducia a volte fortemente conflittuali, su equilibri che devono ristabilirsi di momento in momento in una fragile elasticità che ha le proprie basi sulla volontà personale e sulla capacità di interazione e avvicinamento alle altrui esigenze. A volte si fallisce e altre si ottengono risultati esaltanti, non vi è mai alcuna garanzia di successo e spesso non si hanno né i mezzi né tanto meno gli strumenti per fare in modo che il fallimento non sia costantemente in agguato dietro l’angolo. La materia con cui si lavora sono gli esseri umani in fase di crescita e consolidamento del carattere sui quali occorre impiantare sane prospettive per il futuro in un mondo che il futuro lo nega costantemente. A volte ci si sente disarmati ed impotenti ma questo mestiere in qualche modo ti ripaga sempre, sicuramente non dal punto di vista economico, ma i compensi con cui si è remunerati spesso hanno una ricchezza che difficilmente potrebbe trovare equivalenza in un estratto conto bancario. Per tutte queste ragioni un insegnante è costantemente assorbito dal proprio lavoro, senza pause e senza interruzioni, nonostante le amarezze che spesso deve sopportare per essere trattato come un privilegiato parassita della società, oppure, come ha affermato appena qualche anno fa un Ministro dello Stato, un fannullone. Se ne prende atto e si va avanti, nonostante tutto, e qualche volta per offrire qualcosa in più ai ragazzi si apre anche un sito Web.


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