Le città a pianta ortogonale nella Grecia
del V° secolo a.C.

Testo e immagini tratti da:

"Urbanistica delle città greche"

di Antonio Giuliano

Il Saggiatore 1996



Sino al V secolo le città non ricevono, almeno nella Grecia continentale, una precisa sistemazione; si avverte invece, e in particolare nelle colonie, la necessità di una totale revisione delle norme cittadine (che in occidente risale già al periodo della fondazione delle città, in oriente alla fine dell'VIII secolo a.C.). Ad Atene, dopo la distruzione persiana del 480, al momento della ricostruzione, i motivi tradizionali ebbero il sopravvento e il tessuto urbano riprese quell'aspetto disordinato che sarà caratteristico in tutta la vita della città. Tucidide conferma la casualità della ricostruzione: «Gli Ateniesi, dopo la partenza dei barbari (479 a.C.)... si accingevano a riedificare la città e le mura, poiché della città rimanevano piccoli tratti, e le case per lo piú erano state abbattute, e ne erano rimaste incolumi poche, dove gli alti personaggi persiani si erano accampati.
Gli Ateniesi riuscirono a fornire in breve tempo la città di mura... la cinta fu ampliata superando dappertutto i confini della città.»
Nel secondo venticinquennio del V secolo a.C. compaiono invece nel mondo greco, anche continentale; alcune città caratterizzate da una pianta a schema ortogonale (con strade che si intersecano ad angolo retto).
Caratterizza l'impianto urbano di questi centri una razionale sistemazione della struttura cittadina, diversificata nelle funzioni (ad ognuna delle quali corrisponde un'area ben definita).
Per le nuove città sono previste le necessità relative ai singoli quartieri, non solo per il momento in cui essi vengono costruiti, ma anche quelle future, di sviluppo demografico (a volte trascorrono secoli prima di arrivare ad una saturazione dei quartieri che, in qualche caso, non vengono mai occupati).
Ovvio che questi motivi possono manifestarsi e svilupparsi solo in città di nuova fondazione (mentre le altre mantengono la vecchia struttura urbanistica).
Il carattere stesso degli impianti cittadini prevede una mente organizzatrice dei lavori; si tratta di motivi che non possono nascere spontaneamente, ma dalla codificazione di norme urbanistiche a lungo sperimentate nelle città democratiche.
La teorizzazione ed applicazione di norme, così diverse dai singoli provvedimenti del periodo tirannico, significa la riduzione a scala democratica delle esigenze della vita cittadina.
L'adozione di motivi, apparentemente così semplici, può avvenire solo quando l'autorità tradizionale si fonde con la libertà e la responsabilità dei singoli cittadini (ognuno dei quali condiziona la propria esistenza in funzione di una convivenza).
Gli elementi dell'urbanistica regolare in età classica si manifestano la prima volta nelle città dell'Asia Minore proprio perché il mondo jonico viveva nella consuetudine del rispetto del potere centrale (che caratterizzava l'impero achemenide).
Non a caso la prima città che presenta l'adozione di una pianta ordinata è la metropoli della Jonia, Mileto, dopo la distruzione del 494 a.C.
A un cittadino di Mileto, Ippodamo, le fonti antiche attribuiscono la invenzione dei caratteri delle città ordinate (descrivendo la figura di lui quasi fosse mitica, esaltando le sue qualità di urbanista e di sociologo).
La figura di Ippodamo di Mileto dové certamente essere di notevolissima importanza nel mondo greco, se egli è indicato, direttamente o indirettamente, come autore del piano di Mileto, di quello del Pireo, della colonia panellenica di Thurii, di quello di Rodi; ma è difficile immaginare che egli abbia provveduto di persona alla creazione dei piani e alla loro realizzazione, date le notevoli differenze di tempo tra essi.
Un motivo però deve essere chiarito, affinché la figura de¬l'architetto, uscendo dalla mitologia che su essa è stata tessuta dalle fonti antiche, sia inquadrata in un più plausibile panorama culturale. Ippodamo non deve essere infatti considerato l'inventore, ma piuttosto il codificatore e il teorizzatore di più antiche esperienze urbanistiche (e questo non ne diminuisce certo la grandezza); valendosi di esperienze precedenti egli elabora schemi urbanistici di particolare evidenza.
Il problema fondamentale che si presenta è quello di comprendere come Ippodamo abbia potuto teorizzare questi elementi : se sulla base delle esperienze dell'urbanistica orientale o su basi completamente nuove (da quale dialettica interna scaturisca, cioè, la sua esperienza, che è basilare per tutta la cultura antica ed esemplare come punto di arrivo della vita democratica - l'adozione, cioè, delle norme di taxis e kosmos, che caratterizzavano la civiltà greca, anche per le città).
Ma questo problema sarà esaminato solo dopo aver preso in esame alcune città che costituiscono l'esempio piú caratteristico di urbanistica «ippodamea» nel mondo antico.
 


Mileto
 


Mileto è la piú caratteristica tra le città a pianta ortogonale.
La città fu distrutta dai Persiani, in seguito alla rivolta delle città joniche contro l'impero achemenide, del 494 a.C., i cittadini furono uccisi o fatti schiavi e deportati prima a Susa poi nella città di Ampi alle foci del Tigri; il territorio rimase privo dei suoi abitanti, i santuari (tra i quali quello principale di Apollo a Didyma) furono distrutti. Una notevole parte dei cittadini dové salvarsi, con l'aiuto dei Samii, si deve a questi se la città poté risorgere al momento della liberazione della Jonia, dopo le battaglie di Salamina e di Platea.
Il momento preciso della fondazione della nuova Mileto non è conosciuto: si è pensato agli anni immediatamente seguenti la liberazione del 479 (o dopo il 466 o addirittura dopo il 450). Gli elementi costruttivi più antichi della nuova Mileto permettono di far ritenere che la ricostruzione (che certo dové prendere molto tempo) iniziò immediatamente dopo il 479.
La città, che si estendeva su una penisola (ora completamente unita al retroterra dai depositi lasciati dal Meandro, che sboccava a poca distanza), è orientata da nord-est a sud-ovest; lunga circa due chilometri, presenta una superficie doppia di quella di Pompei. Quasi al centro di Mileto è una collina, ai lati della quale sono i due porti principali: quello più settentrionale «del Leone», quello meridionale «del Teatro». Le differenze di livelli che caratterizzano la penisola non furono prese in considerazione nella suddivisione urbanistica della città, caratterizzata da un'ampia zona centrale che collega i due porti, nella quale sorgono gli edifici commerciali, religiosi, amministrativi, che servono le zone residenziali, (una a nord, l’altra sulla collina tra i porti, la terza, più ampia. a sud).
Le mura che circondano tutta la città si aprono a tenaglia all'ingresso del porto «del Leone».
Due mercati sono situati in rapporto con i porti: al punto di incontro dei due assi occupati rispettivamente dai porti e dai mercati, in funzione di ambedue queste zone è la grande agorà sud. In collegamento con la agorà è la parte destinata all'amministrazione civile, ove piú tardi fu edificato il bouleuterion. Vicino ai porti ed ai mercati, un poco distaccati da essi sono due santuari, rispettivamente di Apollo Delphinios (a nord sul porto «del Leone»), di Athena (a sud sul porto «del Teatro»). La organicità della costruzione non è che il frutto dell'adattamento attraverso il tempo a uno schema preordinato sin dalla fondazione Mileto, che terminò la propria attività edilizia solo alla fine dell'Ellenismo, prevede uno sviluppo urbano sufficiente allora e in futuro (le zone pubbliche, i quartieri di abitazione vengono lentamente occupati).
Non possiamo sapere quali quartieri, fra i tre ricordati, fossero usati dalle varie classi sociali della popolazione (si potrebbe supporre che il quartiere meridionale fosse quello residenziale per eccellenza).


Ciò che maggiormente impressiona, nella divisione dei quartieri, è la definizione di una pianta a scacchiera. Gli isolati base misurano m 29,50X51,60 (100 piedi per 175), e sono variamente suddivisi nel senso della lunghezza.
Le strade, i cui assi coincidono con quelli della penisola, sono larghe m 4,50; si distinguono tre arterie maggiori, larghe m 7,50 (una in senso longitudinale, due in senso latitudinale), che servono come vie principali. ! Una di esse, quella longitudinale, portava dal centro della città verso la porta principale sud (Porta Sacra, che non è perfettamente sull'asse di essa), che immetteva nella via diretta al santuario extraurbano di Didyma.
Questa suddivisione degli isolati è insolita rispetto a quella di altre città a schema ortogonale del V secolo (i lati lunghi degli isolati potrebbero infatti essere molto piú estesi, mentre i lati corti potrebbero essere collocati su larghe strade longitudinali).
La incertezza del rilievo (ottenuto solo per mezzo di saggi) non permette una definizione dell'incerto problema.
 


Pireo


 


Per quanto riguarda la città del Pireo, il cui piano è attribuito dalle fonti ad Ippodamo di Mileto, è sicuro uno schema ortogonale. E’ certa l'esistenza di una strada larga 14-15 metri.
La città, voluta da Temistocle ad accentuare la vocazione marinara degli Ateniesi, fu creata come base per lo sviluppo della futura politica di Atene. Riunito alla città di Atene dalle lunghe mura, il Pireo comprendeva la penisola di Akte (alta circa 60 metri sul mare) e i dintorni nell'entroterra, compresa la collina di Munichia (alta m 86,50). Si ebbe in tal modo una città marinara provvista di luoghi elevati atti alla difesa, fornita di tre porti. Il bacino commerciale era nella rada maggiore, gli arsenali militari si trovavano nel porto di Zea, opposto al primo, mentre il piccolo porto di Munichia aveva interesse quasi esclusivamente militare; navi da guerra erano stanziate in tutti e tre i porti (mentre i traffici commerciali si svolgevano nel solo porto grande).
La disposizione dei tre bacini sulla penisola, al centro dei quali si trovava la città, determinava (per la stessa natura topografica del terreno) una suddivisione di zone distinte, nelle quali si potessero svolgere gli interessi caratteristici del Pireo.
Uno studio accurato fatto sugli horoi (o cippi di confine tra i quartieri cittadini) ci permette di comprendere come Ippodamo di Mileto aveva risolto i problemi della suddivisione urbanistica : diversificando le aree urbane da quelle di interesse militare, le aree commerciali da quelle destinate ai pubblici edifici, e da quelle residenziali.
Nella articolazione di questi elementi è la capacità di Ippodamo (purtroppo i dettagli della sua opera ci sfuggono). Sia pure in maniera grossolana e insufficiente, esaminando la pianta, possiamo dire che al n. i corrispondevano le zone commerciali della città, al n. 2 le zone destinate ad edifici civili e all'agorà, al n. 3 il porto militare di Zea.
La zona civile, posta al centro della città, serviva quasi da cerniera con le altre aree : in essa venivano a confluire gli interessi diversi del Pireo.
La esatta ripartizione dello spazio destinato alle costruzioni pubbliche e a quelle private (la ortogonalità dei quartieri non è che l'elemento piú appariscente), la possibilità di adattare schemi ortogonali alla natura topografica del luogo, la precisazione dei valori da dare a ciascuna delle aree sono gli elementi fondamentali della pianta del Pireo.
 


Olinto



Lo schema ortogonale che caratterizza Mileto è tipico di un'altra città, Olinto, nella penisola Calcidica. L'impianto di Olinto può essere anzi considerato complementare, sotto molti aspetti, di quello di Mileto: le piante delle città si comprendono meglio se confrontate reciprocamente.
Olinto era stata distrutta quasi completamente durante il passaggio dell'armata di Serse nel 480 a.C. tra il 440 e il 430 essa divenne il centro di una confederazione.
Nel 348 Filippo il Macedone distruggeva completamente la città.
Olinto si erge su due piattaforme, sopraelevate di pochi metri rispetto alla pianura circostante, e che si estendono approssimativamente in direzione nord-sud, separate da un leggero dislivello. La città arcaica dové svilupparsi sulla collina meridionale (piú piccola e scoscesa, che presenta strade le quali seguono le pendenze del terreno, tagliate da trasversali) e dove non si può parlare di una sistemazione urbanistica regolare. L'occupazione del V e del IV secolo è invece sulla collina più settentrionale; scende a nord-est, fino nella pianura.


Uno spazio aperto, a sud-ovest della collina settentrionale, fornito di sorgenti e di stoà, fu lasciato libero a legame ideale tra le colline (e quindi tra le città, con funzione di agorà).
L'occupazione' della collina settentrionale, orientata da nord a sud fu condotta in maniera assolutamente razionale. L'area (che misura circa m 600 per 350) fu divisa da strade parallele e ortogonali partendo dal margine occidentale del pianoro.
Lunghi viali con decorso nord-sud (di cui cinque occupano il pianoro e due la pianura.- larghi da m 5 a m 7) sono tagliati da vie perpendicolari larghe 5 metri, con il risultato della creazione di isolati di m 35,40 sui lati corti, e 86,34 su quelli lunghi (eguale a 120 per 300 piedi con un rapporto di 1:2,5), occupati da case di abitazione.
Durante la applicazione il piano subì qualche modifica: i grandi viali nord-sud non hanno larghezza eguale, ma il secondo (da ovest) è piú largo degli altri (a danno degli isolati vicini).
Al limite meridionale della piattaforma alcuni dei viali prendono direzione, seguendo il pendio del terreno, verso sud-est; deviazione necessaria alle direttrici di traffico che legavano Olinto al porto.
La precisione dello schema urbano di Olinto aiuta a comprendere come si applicavano i piani ippodamei; l'unità di misura usata ad Olinto è il piede attico-euboico di m 0,295 (17 piedi per i viali, 24 per il viale maggiore - il secondo da ovest - 300 x 120 piedi negli isolati, 293 x 120 in quelli vicini al secondo viale).


La costruzione dell'impianto urbano, iniziata da ovest, fu diretta verso est, sino a raggiungere la pianura.
Il panorama che la città ci offre è certamente meno interessante di quello di Mileto : le case di abitazione sono modeste, mancano le grandi aree pubbliche, tutto è livellato in un tono medio (escluse alcune abitazioni più ricche, peraltro fuori la città vera e propria). Allo stato attuale delle ricerche è difficile stabilire una precisa storia urbanistica della città, che è possibile ricostruire solo nelle linee generali.


Rodi


Analogo schema ortogonale ritorna a Rodi, che Strabone (XIV, 654) ricorda costruita da Ippodamo di Mileto. La metropoli sorse nel 408-407 a.C., in seguito all'unione delle tre principali città dell'isola: Lindo, Jaliso, Camiro. La pianta presenta uno schema ortogonale, con strade in senso nord-sud, intersecate da altre ortogonali alle prime (che dovevano determinate isolati quadrati di 600 piedi, suddivisi da strade minori in rettangoli di 100 x 150 piedi). Le strade maggiori erano larghe 10 metri (una addirittura 16 metri). Purtroppo gli elementi a nostra disposizione sono troppo imprecisi per ricavare un giudizio complessivo sulla città; le fonti letterarie (orazione dello pseudo Aristide: Rhodiakos, 43, 6) ci aiutano a comprendere quale fosse la fisionomia della città, che è definita come splendidamente costruita, uniforme, con strade ininterrotte.
Le osservazioni più recenti hanno eliminato ogni dubbio circa un eventuale schema a raggiera basato sull'interpretazione di Diodoro (XIX, 45; XX, 83). A raggiera non era la pianta della città, ma la configurazione fisica (quasi a forma di teatro) dell'area sulla quale sorgeva Rodi (alle pendici del monte Smith, aperta sul mare).


La città, che occupava una estensione notevolissima, non fu costruita in un solo momento, ma per fasi (e le parti abitate furono intramezzate da giardini, che prevedevano le zone che sarebbero state occupate in un secondo momento dai quartieri).



Ippodamo di Mileto
 


Gli elementi che abbiamo sino ad ora esaminato nelle piante di Mileto, Pireo, Olinto, Rodi, sono dalle fonti antiche attribuiti ad Ippodamo.

Questi, certamente non ateniese (benché attivo al Pireo), cittadino di adozione di Thurii (della quale fu anche l'urbanista), era con ogni probabilità oriundo dell'Asia Minore, di Samo, o con maggiore probabilità di Mileto. I lessicografi antichi lo definiscono architetto.
Le notizie più interessanti su di lui ci sono fornite da Aristotele (Pol. II, 1267b sg.)
«Ippódamo di Eurifonte, nativo di Mileto, (che escogitò la divisione regolare della città, e l'applicò al Pireo, fu talmente vanitoso che a taluni la sua ricercatezza sembrava confinante con la posa, per la prolissità della chioma e per l'ordinamento raffinato della persona, nonché per l'abito semplice e grave, che portava non solo d'inverno, ma anche di estate; e ostentava perizia in qualunque ramo degli studi intorno alla natura) Ippódamo, dico, fu il primo che senza aver mai avuto pratica nei pubblici affari ardi formulare una teoria sulla migliore forma di governo. Egli immagina una città di diecimila cittadini, divisa in tre classi, l'una composta di artigiani, l'altra di agricoltori, la terza di armati, difensori della patria : il territorio di essa dovrebbe essere, secondo lui, diviso in tre parti, una consacrata alla divinità, l'altra pubblica, la terza riservata alle proprietà individuali. La parte consacrata agli Dèi sarebbe quella da cui si dovrebbero trarre le spese pel culto, la pubblica quella da cui si dovrebbe fornire i mezzi d'esistenza ai guerrieri, quella riservata alle proprietà individuali apparterrebbe agli agricoltori. Riteneva poi che tre dovessero essere le specie di leggi, poiché le azioni giudiziarie potrebbero avere origine da questi reati, l'ingiuria, il danno, l'omicidio. Stabiliva ancora che vi dovesse essere un tribunale supremo, al quale portare in appello tutte le cause che sembrassero male giudicate. Questo tribunale dovrebbe essere costituito da vecchi investiti dell'autorità di giudici in seguito a elezione. Il loro verdetto stimava non dovesse avvenire secondo le consuete votazioni, ma suggeriva il sistema che ciascuno portasse una tavoletta per scrivervi semplicemente, se condannava, la pena; e la presentasse in bianco, se assolvesse: se l'assoluzione o la condanna fosse solo parziale, avesse l'obbligo di dichiararlo. Poiché i sistemi attuali secondo lui erano deficienti, costringendo a spergiurare coi voti troppo netti e recisi. Proponeva inoltre una legge, secondo la quale quelli che avessero escogitato riforme politiche utili ricevessero una ricompensa, e che i figli dei caduti in guerra fossero nutriti a spese pubbliche; quasi che una legge simile non fosse stata mai fatta. Vi è infatti tuttora anche in Atene e in altre città questa legge. I magistrati poi dovrebbero tutti essere eletti dal popolo; e per popolo intendeva le tre classi dei cittadini : le persone scelte alle magistrature dovrebbero curare gli interessi pubblici, le relazioni con l'estero, la tutela degli orfani. Queste sono dunque le linee generali e più degne di rilievo della costituzione d'Ippódamo.»
Sempre Aristotele (Poi. VII, 1330 b) parla della suddivisione regolare delle strade fatta secondo i termini ippodamei.
L'opera sua piú famosa fu la sistemazione del Pireo nel quale esisteva una piazza intitolata a lui (Xen., Hell. II, 4, 11) e dove egli aveva una casa, dono dello stato ateniese.
Dopo la realizzazione del Pireo, creato certo prima dell'avvento al potere di Pericle, Ippodamo è ricordato come il creatore del piano per la colonia panellenica di Thurii (444 a. C.), caratterizzato secondo Diodoro (XII, 10, 7), da quattro vie larghe (disposte in una direzione nord-sud?) e tre nel senso opposto, con ogni probabilità ortogonali alle prime.
Ancora ad Ippodamo è attribuita la creazione del piano di Rodi (408-407).
Presupponendo che egli avesse lavorato a Mileto ancora giovane, dovremmo immaginare che egli fosse nato alla fine del VI secolo. Anche ammettendo una vita lunghissima, si deve pensare che egli doveva essere già urbanista provetto, quando gli fu affidato il piano del Pireo e quello di Thurii (cosí da escludere dalla sua attività la creazione del piano per Rodi - attribuito a Ippodamo solo per lo schema di tradizione ippodamea che esso presenta).
Sulla base di quanto è ricordato dalle fonti scritte, possiamo immaginare Ippodamo come uno di quei cittadini asiatici (come ad esempio Erodoto) il quale contribuí con l'esperienza della propria cultura, alla codificazione delle norme democratiche ateniesi. La sua fama doveva esser tale se i termini urbanistici da lui proposti sono parodiati da Aristofane (Aver, 995 sgg.).
Ma in che senso dobbiamo intendere le codificazioni ippodamee?
Da quanto è stato esaminato precedentemente, possiamo considerare la sistemazione ortogonale come l'elemento più appariscente della urbanistica ippodamea (strade maggiori per il flusso urbano disposte da nord a sud, generalmente sull'asse delle città; le vie longitudinali, di scorrimento, sono più larghe delle altre, divise da strade ortogonali - e più strette, con la creazione di isolati allungati, generalmente orientati est-ovest).
Le funzioni militari, civili, religiose, commerciali delle città dispongono ognuna di un'area autonoma; quella destinata alle funzioni civili occupa generalmente il centro della città, in essa confluiscono altre aree pubbliche disposte radialmente attorno alla prima.
L'edilizia privata è livellata in funzione dell'edilizia pubblica.
Questi elementi sono sottoposti a un piano unitario che prevede sia le unità di misura che regolano la ripartizione geometrica degli isolati, sia l'orientamento di essi, sia i piani di ampliamento urbano ottenuti suddividendo (già nel progetto) le aree (eventualmente lasciandole non costruite: la stessa Mileto ebbe una definizione, per quanto riguarda le aree pubbliche, solo in età romana).
Con la tendenza a teorizzare che Ippodamo manifesta (dare una pianta logica e funzionale alle città democratiche) il mondo greco esce, per quanto riguarda la vita urbana, da quelle norme di casualità che avevano caratterizzato gli impianti più antichi.
Questo carattere applicato alla vita democratica (con un esemplare maturità rispetto alla organizzazione delle attività umane) determina la grandezza di Ippodamo di Mileto.
Porsi il problema della originalità o meno di Ippodamo e dei suoi piani, considerare Ippodamo come il teorizzatore che avrebbe dato il nome a motivi urbanistici più antichi è inutile il problema è ovviamente posto male e non può essere risolto in questo senso.
Ma la problematica di Ippodamo di Mileto è cosí vasta e articolata, che risalire agli elementi, che nella sua opera sono confluiti, può essere di notevole interesse al fine di comprendere quali fossero le basi formative della maggiore personalità di urbanista dell'antichità classica.

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