LE ORIGINI DELL'UOMO


 

Mappa della distribuzione degli antenati umani nel mondo


 

 

 

LUCY

 

Testo tratto dal prologo del libro LUCY Le origini dell’umanità

di Donald C. Johanson e Maitland A. Edey

 

Donald  C.  Johanson in cerca di fossili in un canalone di Hadar. Qui i depositi rappresentano quanto resta di un processo di sedimentazione di circa due milioni di anni depositatosi nel letto di un antico lago da lungo tempo evaporato. Successivamente le piogge hanno scavato nei depositi canaloni e gole, portando in superficie fossili come quelli visibili in primo piano.

 

 

Lo scheltro di Lucy

 

 

PROLOGO

 

Forse che in qualche strato più antico le ossa fossilizzate d'una scimmia più antropoide simile all'uomo o di un uomo più pitecoide simile a una scimmia antropomorfa di qualsiasi altro tipo finora conosciuto stiano attendendo le ricerche di un futuro paleontologo?

Thomas Henry Huxley

 

Il mattino dei 30 novembre 1974 mi svegliai all'alba, come al solito quando lavoro durante una campagna di ricerca. Mi trovavo in Etiopia, accampato in riva a un fiumicello fangoso di nome Awash, in un posto che ,si chiama Hadar, circa centocinquanta chilometri a nordest di Addis Abeba. Stavo lì da varie settimane, codirettore d'un gruppo di scienziati in cerca di fossili.

Me ne rimasi per qualche tempo sdraiato sotto la mia tenda, a fissare il tetto di tela, dapprima nero, ma che rapidamente diventava verde nel Sole che saliva alto, sparato come un proiettile sopra il festone dei colli a oriente. Nei pressi dell'equatore il Sole fa così; non c'è una lunga alba, come alle nostre latitudini. Faceva ancora abbastanza fresco, meno di trenta gradi. l'aria sapeva dell'inconfondibile pulito odore dei deserto di primo mattino, con appena una traccia di acre per il fumo dei fuochi da campo. Alcuni uomini della tribù Afar lavoravano con noialtri della spedizione e avevano portato le famiglie; così, a un duecento metri dal nostro accampamento centrale, era sorto un piccolo complesso di capanne a cupola fatte di stecchi e foglie intrecciate. Le donne Afar si erano levate .che faceva ancora notte e badavano ai loro cammelli e alle capre parlando piano piano.

Per quasi tutti gli americani dell'accampamento, questo era il momento migliore della giornata. I massi e i sassi disseminati per il paesaggio avevan perso nella notte quasi tutto il calore e a starci accanto non sembravano più delle stufe. Uscii dalla tenda e detti uno sguardo al cielo. Un'altra giornata senza nuvola; un altro mattino perfetto, terso, stava sul deserto che più tardi sarebbe ritornato fresco. Mi lavai la faccia e andai a prendermi una tazza di caffé dal cuoco dei campo, Kabete. Il mattino non è il mio momento preferito. Sono tardo all'avvio e preferisco di gran lunga la sera e la notte. A Hadar comincio a sentirmi bene proprio al tramonto. Mi piace allora camminare sino a una cresta nuda nei dintorni dei l'accampamento, sentire le prime brezze della sera, guardare i colli intorno farsi di porpora. lassù, posso starmene seduto tutto solo per un poco, ripensare al lavoro della giornata appena finita, pianificare quello dell'indomani, e rìflettere più ín generale sulle questioni che mi hanno portato in Etiopia. I luoghi silenziosi e aridi sono intensificatori dei pensiero, lo si è sempre saputo dei resto, sin da quando i primi anacoreti cristiani uscivano nel deserto ad affrontare Dio e la propria anima.

Tom Gray mi raggiunse per il caffè. Tom era uno studente americano che, dopo essersi laureato, era venuto a perfezionarsi a Hadar; studiava i fossili animali e vegetali della regione per ricostruire, nel modo più accurato possibile, specie, frequenze e relativi rapporti di tutto ciò che era vissuto lì nelle varie epoche dei remoto passato, e i possibili tipi di clima. Quanto a me, il mio interesse - la ragione della spedizione - erano i fossili ominidi: le ossa degli antenati umani estinti e dei loro parenti prossimi. Tutto ciò che parlava di testimonianze sull'evoluzione umana mi interessava. Ma, per comprendere le testimonianze, per interpretare un qualsiasi fossile che avessimo trovato, dovevamo far ricorso all'opera di appoggio di altri specialisti come Tom.

«Allora, cosa c'è in ballo per oggi?» gli domandai.

Tom rispose che stava lavorando alla mappa, riportando i siti dei fossili.

«Quando conti di segnare il sito 162?»

«Non so bene dove sia, il 162» mi dice.

«Allora immagino che dovrò mostrartelo.» Quel mattino non ero dell'idea di uscire con Gray. Dovevo recuperare un mucchio di lavoro arretrato. Recentemente, avevamo dovuto ricevere non pochi visitatori. Richard e Mary Leakey, due famosi esperti di fossili ominidi, erano venuti dal Kenya e ci avevano lasciati soltanto il giorno prima. Durante la loro visita non avevo sbrigato tutta una filza di lavori d'ufficio, non avevo fatto classificazioni, non avevo scritto una sola lettera, nessuna descrizione dettagliata di fossili. Avrei dovuto stare al l'accampamento, quel mattino - ma non lo feci. Sentivo un forte, oscuro impulso a partire con Tom, e ubbidii. Scrissi un rigo per me nel mio diario: «30 nov. 7974. Al sito 162 con Gray in mattinata. Buoni presentimenti».

Sono un paleoantropologo, ossia uno che studia i fossili degli antenati umani, e pertanto sono superstizioso. Molti di noi lo sono, perché facciamo un lavoro che dipende molto dalla fortuna. I fossili che studiamo sono di una rarità estrema, e non pochi illustri paleoantropologi non ne hanno trovato nemmeno uno durante tutta una vita di lavoro. lo sono uno dei più fortunati. Questo era soltanto il mio terzo anno a Hadar, e ne avevo già trovati parecchi. Lo so di essere fortunato, e non ne faccio mistero. Ecco perché scrissi nel mio diario «buoni presentimenti». Quel mattino, alzandomi avevo sentito che era una di quelle giornate in cui si deve aiutare la propria buona fortuna. Una di quelle giornate in cui può accadere qualcosa di strabiliante.

Per quasi tutta quella mattina, però, non accadde proprio nulla dei genere. Gray e io partimmo con una delle quattro Land-Rover della spedizione e, lenti lenti, procedemmo balzelloni fino al sito 162. Era una delle parecchie centinaia di siti in via di ricostruzione grafica su una mappa generale della zona di Hadar; la ricostruzione riportava le informazioni particolareggiate riguardanti la geologia e i fossili via via ottenute. Il luogo a cui eravamo diretti non distava che circa sei chilometri dall'accampamento, ma noi impiegammo mezz'ora per arrivarci a causa dei terreno accidentato.

Quando arrivammo faceva già caldo.

A Hadar, un deserto di nuda roccia, pietrame e sabbia, i fossili che uno trova stanno tutti esposti in superficie, lì a terra. Hadar è situata al centro dei deserto di Afar, un antico letto lacustre ora asciutto e riempito di sedimenti che registrano la storia degli eventi geologici passati. Vi si rintracciano le cadute di cenere vulcanica, i depositi di fango e limo trasportati a valle da lontani monti, episodi di polvere vulcanica, altro fango, e così via. Sono eventi che si rivelano, come strati diversi in una fetta di torta, nei canaloni formati da nuovi giovani fiumi che di recente si sono fatti strada qua e là nel letto lacustre. A Hadar piove di rado, ma quando piove sono rovesci paurosi: cade la pioggia di sei mesi nel giro di ventiquattr'ore. Il suolo, essendo spoglio di vegetazione, non è capace di trattenere tutta quell'acqua che si abbatte nei canaloni e ne allarga gli argini, mettendo così in vista altri fossili.

Gray e io parcheggiammo la Land-Rover sul pendio di uno di questi canaloni, avendo cura di trovare la posizione adatta perché restasse all'ombra la borraccia di tela dell'acqua che pendeva appesa allo specchietto retrovisore. Gray rilevò il sito per la sua mappa, poi uscimmo dall'auto e cominciammo a fare quello che la maggioranza dei membri della spedizione passa la gran parte dei suo tempo a fare: cominciammo a scrutare il suolo, camminando lenti in giro, in cerca di fossili.

Alcuni sono bravi a trovare fossili. Altri ne sono perdutamente incapaci.

E’ questione di pratica, di esercitare gli occhi a vedere quel che si ha bisogno di vedere. lo non sarò mai così bravo come alcuni degli Afar. Passano tutto i I loro tempo a vagare per rocce e sabbie. Debbono per forza avere la vista acuta; la loro vita ne dipende. Notano qualsiasi cosa che sia anche solo minimamente insolita. Uno sguardo rapido e sagace a tutte quelle pietre e ciottoli, e noteranno quel paio di'cose che sfuggirebbero a una persona non avvezza al deserto.

Tom e io camminammo per un paio d'ore a questo modo. Era quasi mezzogiorno, ora, e la temperatura si avvicinava ai quarantaquattro gradi. Non avevamo trovato granché: qualche dente del piccolo cavallo estinto Hipparion; parte dei cranio di un maiale estinto; alcuni molari di antilope; un pezzetto di una mandibola di scimmia. Avevamo già vaste collezioni di tutte queste cose, ma Tom insisteva per prendere anche questi, come pezzi addizionali del globale puzzle “cosa-accadde-e-quando".

«Ho fatto, direi. Quando si torna al campo?» domandò Tom.

«Subito. Ma prendiamo da questa parte e perlustriamo il fondo di quel piccolo canalone laggiù.»

Il canalone di cui dicevo stava proprio al di là della cresta dei pendio dove avevamo lavorato tutta la mattinata. Era stato completamente controllato almeno due volte da altri della sedizione che non avevano trovato niente di interessante. Ciononostante, consapevole dei presentimento di buona fortuna che non mi abbandonava da quando mi ero svegliato, decisi di fare quella piccola deviazione finale. Nel canalone, praticamente non c'era nemmeno un osso. Ma, mentre ci voltavamo per andarcene, notai qualcosa a terra a metà strada dei pendio.

«Quello è un pezzo di braccio ominide» dissi.

«Impossibile. Troppo piccolo. Dev'essere una scimmia di qualche tipo. »

Ci inginocchiammo per esaminarlo.

«No, troppo piccolo» ripeté Gray.

Ma io scossi la testa: «Ominide».

«Perché ne sei così sicuro?»

«Quel pezzo lì, proprio vícino alla tua mano. Anche quello è omíníde.»

«Numi!» fa Gray. lo prese. Era la parte posteriore dì un piccolo cranio. Un metro circa più in là, c'era parte di un femore, l'osso della coscia. «Numi!» ripeté Gray, Ci alzammo in piedi e cominciammo a vedere altri frammenti di ossa sparpagliati: un paio di vertebre, parte di un bacino tutti ominidi. Un incredibile, quasi inconcepibile pensiero mi passò per il capo. Se tutti quei frammenti fossero combacianti? E se fossero stati (e partì di un singolo scheletro estremamente primitivo? Nessuno scheletro simile era mai stato trovato - da nessuna parte.

«Guarda» disse Gray. «Costole.»

Un singolo individuo?

«Non ci posso credere» dissi. «Non ci posso proprio credere.»

«Santi numi, sarà meglio che ci credi! » urlò Gray. «Eccolo qui! Proprio qui!» la sua voce si spense in un ululato. Mi unii a lui. in quei caldo da quarantacinque gradi, ci mettemmo a saltare su e giù come matti. Non avendo nessun altro con cui spartire tanta emozione, ci abbracciavamo, sudati e puzzolenti, urlavamo, e di nuovo ci abbracciavamo, saltelloni nella ghiaia semiliquefatta dal calore, con tutt’intorno a noi i piccoli scuri resti di ciò che eravamo ormai quasi certi fosse un singolo scheletro di omìnide.

«Dobbiamo smetterla di saltare intorno a questo modo» dissi a un certo punto. « Rischiamo di calpestare qualcosa. E poi, dobbiamo anche assicurarci che sia vero. »

«Santi numi! ma non ne sei ancora sicuro?»

«Voglio dire, pensa se trovassimo due gambe sinistre. Qui potrebbero esserci diversi individui, tutti confusi insieme. Prendiamo le cose con calma fino a quando possiamo tornare e accertarci assolutamente che tutto combacia.»

Raccogliemmo un paio di frammenti di mandibola, segnammo il punto con esattezza, e salimmo nella rovente Land-Rover per tornare all'accampamento. Sulla strada dei ritorno prendemmo a bordo due geologi della spedizione, carichi dei campioni di roccia che avevano raccolto quella mattina.

«Qualcosa di grosso» continua a ripetere loro Gray. «Qualcosa di grosso. Qualcosa di grosso.»

«Calmati» dissi io.

Ma a circa cinquecento metri dal l'accampamento Gray perse l'ultimo briciolo di calma. Premette il pollice sul clacson della Land-Rover e il lungo suono fece accorrere una frotta di scienziati che stavano facendo il bagno nel fiume. «L'abbiamo» urlava Gray. «Oh, cielo, l'abbiamo. Abbiamo tutta quanta LA COSA! »

Quel pomeriggio tutto l'accampamento era nel canalone, per dividere a sezioni il posto e fare i preparativi per un massiccio lavoro di raccolta che alla fine ci avrebbe assorbito per tre settimane. Quando questo lavoro fu ultimato, avevamo ricuperato parecchie centinaia di pezzi di ossa (molti erano frammenti), rappresentanti il quaranta per cento dello scheletro di un singolo individuo. Il presagio di Tom e il mio iniziale presentimento di buona fortuna erano stati giusti. Non vi erano duplicati di ossa.

 

Ma un singolo individuo di che cosa? A un esame preliminare, era difficilissimo dirlo, niente di esattamente simile era mai stato scoperto. L'accampamento era in preda all'eccitazione. Quella prima notte nessuno sì sognò neppure di andare a letto. Parlavamo e parlavamo, a non finire. Bevemmo una birra dopo l'altra. Con noi avevamo un registratore; un nastro della canzone dei Beatles Lucy in the sky with diamonds riempiva la notte, suonato e risuonato a pieno volume senza fine e per pura esuberanza. A un certo punto di quella notte indimenticabile - non ricordo più a che ora - il nuovo fossile assunse il nome di Lucy e da allora in poi lo si è conosciuto sempre con questo nome, benché il suo nome vero - il nome che lo contraddistingue nella collezione Hadar - sia AL 288-1.

 

«Lucy?»

E’ la prima domanda che mi sento fare sempre da chi vede il fossile per la prima volta. Allora spiego: «Sì, era femmina, e c'era quella canzone dei Beatles, eravamo fuori di noi per l'eccitazione. Non dimentichi, l'avevamo appena trovata».

Poi, viene la seconda domanda: «Come lo sapeva che è una femmina?».

« Dal bacino. Avevamo un osso pelvico completo e anche l'osso sacro. Dato che l'apertura pelvica negli ominidi dev'essere relativamente più larga nelle femmine che nei maschi, per consentire il parto di neonati con cervello voluminoso, si può distinguere una femmina da un maschio.»

Poi la terza: «Era una ominide?»

«Oh, sì! Camminava eretta. Camminava bene quanto lei.»

«Tutti gli ominidi camminavano eretti?»

«Sì.»

«Che cosa è esattamente un ominide?»

Questo di solito pone fine alle domande, infatti è un interrogativo che non ha una risposta semplice. La scienza è stata costretta a una definizione piuttosto flessibile perché non sappiamo ancora con esattezza quando apparvero i primi ominidi. Tuttavia, affermare che un ominide è un primate a stazione eretta non è un problema. In altre parole, un ominide è o un antenato estinto dell'uomo (e qui il termine generale "uomo" è usato per designare i maschi e le femmine dei genere Homo) o un parente collaterale dell’uomo o un vero e proprio uomo. Tutti gli esseri umani sono ominidi, ma non tutti gli ominidi sono esseri umani.

Possiamo figurarci che l'evoluzione umana abbia inizio a partire da un tipo primitivo simile a una scimmia antropomorfa che, gradatamente, in un lungo periodo di tempo, divenne sempre meno simile agli antropomorfi e sempre più simile all'uomo. Non ci fu brusco trapasso dalla scimmia antropomorfa all'uomo, ma probabilmente un periodo abbastanza indistinto di tipi di transizione che sarebbe arduo classificare in una delle due categorie. Non disponiamo per ora di alcun fossile che ci dica che cosa capitò durante quel periodo di transizione. Pertanto, il modo più pratico che abbiamo per separare i tipi più nuovi dalle scimmie antropomorfe loro antenate, è di raggruppare tutti insieme quelli che stavano ritti su I le gambe posteriori, Questo gruppo di uomini, o di quasi-uomini, è chiamato: gruppo degli ominidi.

 

Lucy

 

lo sono un ominide. lo sono un essere umano. Appartengo al genere Homo e alla specie sapiens: uomo pensante. Forse dovrei dire: uomo saggio o uomo intelligente - un uomo abbastanza acuto da accorgersi di essere un uomo. Ci sono state altre specie di Homo che non erano sveglie a questo punto, antenati ora estinti. Homo sapiens cominciò a emergere forse centomila anni fa - forse duecento o anche trecentomíla -, tutto dipende da come si considera l'uomo di Neanderthal. Era anche lui Homo. E alcuni pensano che fosse della nostra stessa specie. Altri, che fosse un antenato. Non manca chi lo considera una sorta di cugino. Questa faccenda è rimasta insoluta perché molti dei migliori fossili neanderthaliani furono collezionati in Europa allorché nessuno ancora sapeva come si scavasse per bene un sito archeologico o come si ottenessero buone datazioni. Di conseguenza, non disponiamo di età esatte per la maggioranza dei fossili neanderthaliani che figurano nelle collezioni.

lo considero il neanderthaliano della stessa specie di sapiens, di me stesso. Si sente parlare, a volte, del neanderthaliano che indossa un due pezzi grigio e gira tranquillo per la metropolitana. E’ vero; si potrebbe benissimo fare l'esperimento, nessuno lo noterebbe mai. Era appena un poco più pesante d'ossatura rispetto alla gente dei nostri tempi, era più primitivo in alcune caratteristiche della faccia. Ma era un uomo. Aveva un cervello altrettanto grande di quello dì un uomo moderno, ma di foggia lievemente diversa. Potrebbe cambiar treno a una stazione dei metrò e riconoscere il suo biglietto? Certo. Potrebbe fare un mucchio di cose un bel po' più complicate di queste. Le ha fatte, invero, per quasi tutta Europa, e in Africa e Asia, almeno sessantamila o centomila anni fa.

L'uomo di Neanderthal aveva degli antenati, antenati umani. Prima di lui nel tempo esisteva una specie meno avanzata: Homo erectus. Mettetelo in una metropolitana e la gente, con tutta probabilità, lo guarderà con sospetto. Prima di Homo erectus c'era una specie veramente primitiva, Horno habilis; mettetelo nella metropolitana e la gente, con tutta probabilità, si sposterà all'altro capo della vettura. Prima dì Horno habilis la linea umana potrebbe perdersi completamente, esaurirsi. La fermata successiva nel passato, al di là di Homo habilis, potrebbe essere qualcosa come Lucy.

Tutti quelli che abbiamo finora menzionati sono ominidi. Sono tutti esseri che camminano eretti. Alcuni erano esseri umani, per quanto di specie estremamente primitiva. Altri erano esseri non umani. Lucy non lo era. Potete fare indossare a Lucy gli abiti che preferite, non avrebbe mai l'aspetto di un essere umano. Era troppo indietro ne! tempo, del tutto fuori della gamma umana. E’ questo che accade quando si arretra lungo una linea evoluzionistica. Se si arretra abbastanza, ci si trova a trattare con una specie di creatura diversa. Sulla linea ominide, gli esseri remoti sono troppo primitivi per essere chiamati umani. Bisogna dare loro un altro nome. Lucy rientra in questa categoria.

Per cinque anni ho tenuto Lucy in una cassaforte nel mio ufficio dei Museo di Storia naturale di Cleveland. Avevo imbottito una scatola ampia, poco profonda, di gommapiuma gialla, poi avevo tagliato nella gommapiuma tante nicchie quante erano le sue ossa, in modo che ciascuna si adattasse alla sua precisa sede sagomata su misura. Tutti quelli che venivano al Museo, così mi sembrava, volevano vedere Lucy. Ciò che più stupiva la gente era la sua minuscola taglia.

La sua testa, in base alle indicazioni dei frammenti dei suo cranio che erano stati ricuperati, era grande circa come una noce di cocco. Lucy stessa raggiungeva appena l'altezza di un metro e cinque centimetri, sebbene fosse completamente adulta. Quest'ultimo punto lo si poteva dedurre dai suoi denti dei giudizio, non soltanto pienamente cresciuti, ma logori per l'uso di parecchi anni. Secondo la migliore delle mie ipotesi, comunque, essa doveva avere tra i venticinque e i trent'anni quando morì. Aveva già denunciato un principio di artrite, o qualche altro malanno delle ossa, evidenziato dalla deformazione delle vertebre. Se fosse vissuta un po' di più, è probabile che avrebbe cominciato a esserne infastidita.

Il suo stato sorprendentemente buono - la sua completezza - deriva dal fatto che essa morì in quiete. Le sue ossa non portano traccia di impronte di denti. Non erano state maciullate o masticate e scheggiate, come nel caso in cui fosse stata uccisa da un leone o da un macairodo, felino dagli enormi denti a sciabola. La sua testa non era stata trasportata in una direzione e le gambe in un'altra, cosa che di essa avrebbero potuto fare le iene. Si era semplicemente distesa, intatta, proprio lì dove si trovava, sulla sabbia della sponda di un lago o di un corso d'acqua, ora da tempo scomparsi - ed era morta. Se per malattia o per annegamento, è impossibile dirlo. La cosa importante è che non fu trovata da un predatore subito dopo la morte. Che non venne mangiata. La sua carcassa rimase inviolata, lentamente ricoperta da sabbia o fango, sepolta sempre più in profondità, con la sabbia che via via induriva e diventava roccia sotto il peso dei successivi depositi. Essa era rimasta a giacere indisturbata nella sua tomba adamantina un millennio dopo l'altro, finché le piogge di Adar non la avevano riportata nuovamente alla luce.

Ecco quale fu la mia fortuna assolutamente incredibile. Se io quel mattino non avessi seguito un "presentimento", se non fossi partito con Tom Gray, Lucy non sarebbe forse mai stata trovata. Come mai gli altri che avevano lavorato nello stesso punto non l'avessero vista, proprio non lo so. Forse guardavano in altra direzione; forse la luce era diversa. Capita che una persona non veda ciò che un'altra vede, nemmeno se tiene gli occhi fissi sulla cosa stessa che dovrebbe vedere. Se io, quel mattino, non mi fossi recato al sito 162, nessuno forse si sarebbe curato di tornarci, per tutto il resto dell'anno, fors'anche per altri cinque anni. Hadar è enorme e c'è uno straordinario daffare. Se avessi atteso qualche anno ancora, le piogge avrebbero forse fatto in tempo a trascinare le sue ossa per il canalone e sarebbero andate perdute, o quanto meno si sarebbero sparpagliate chissà dove, in modo irrimediabile; non sarebbe più stato possibile appurare che appartenevano a uno stesso essere. La cosa propriamente fantastica era che fosse affiorata così di recente, e con tutta probabilità nel corso dell'ultimo anno o due. Cinque anni prima, sarebbe stata certo seppellita di nuovo nella roccia. Cinque anni dopo, sarebbe andata persa. Anche così, la parte anteriore dei cranio era già perduta dilavata dalle piogge, trascinata, spezzettata, introvabile. Non la trovammo mai, infatti. Sicché la sola cosa di Lucy che non si possa veramente misurare con esattezza, è la dimensione dei suo cervello.

Lucy riuscì sempre ad apparire interessante nel suo piccolo nido di gommapiuma gialla - ma non molto impressionante, per un non professionista. La sovrastavano, tutt'intorno nel Museo di Cleveland, molte altre ossa, sicché appariva rimpicciolita; erano teche e teche di fossili, centinaia dei quali provenienti dalla sola Hadar. Vi erano calchi di ominidi dell'Africa orientale, dell'Africa meridionale e dell'Asia; crani di antilopi, di maiali, di roditori estinti, di conigli, di scimmie e di scimmie antropomorfe. C'era una delle più grandi raccolte dei mondo di crani di gorilla. In questa stupefacente mostra, continuavo a sentirmi domandare cosa vi fosse di tanto speciale in Lucy; o, per dirla con le parole di un altro membro della nostra spedizione, che cosa avesse Lucy di così particolare "da aver scombussolato per mesi interi i nostri piccoli cervelli di antropologi”.

«Di speciale, Lucy aveva tre cose» rispondevo sempre. «Primo: quel che essa è - o non è, come si preferisce. Lucy è diversa da qualsiasi altra cosa mai prima scoperta o identificata. Non quadra con nient'altro. E’ unica. E’, in realtà, semplicemente un'ominide molto vecchio, molto primitivo, molto piccolo. In qualche modo, ci toccherà farla quadrare con il resto, trovarle un nome.

 

Un cranio come quello di Lucy

 

«Secondo: la sua completezza. Fino al ritrovamento dì Lucy semplicemente non esisteva nessuno scheletro motto vecchio. Il più vecchio era uno di quei neanderthaliani di cui parlavo poco fa. Ha circa settantacinquemila anni. Sì, è vero, esistono fossili ominidi più antichi, ma sono tutti frammenti. Ciò che da essi è stato dedotto e ricostruito lo fu attraverso un raffronto di vari pezzi e pezzetti - un dente qui, un frammento di mandibola là, forse un cranio completo da qualche altra parte, più un osso di gamba da qualche altro posto ancora. La ricostruzione dell'insieme è stata fatta da scienziati che conoscono quelle ossa così come io conosco la mia mano. Eppure, quando si consideri che una simile ricostruzione può consistere di pezzi provenienti da una dozzina di individui diversi, che forse vivevano a centinaia e centinaia di chilometri l'uno dall'altro, e separati per giunta da un centomila anni nel tempo - ebbene, nel riguardare l'individuo completo appena messo insieme a questo modo ci si deve per forza chiedere: “Fino a che punto è reale?". Con Lucy, lo sapete. E’ tutto lì. Non avete da tirare a indovinare. Congetturare, Non dovete mettervi a immaginare un braccio che non è stato ritrovato. lo vedete, il braccio. Lo vedete per la prima volta in una creatura che è più vecchia di un neanderthaliano.»

«Più vecchia di quanto?»

«Questo, è il punto numero tre: il neanderthaliano ha settentacinquemila anni. Lucy ha, approssimativamente, tre milioni e mezzo di anni. E’ lo scheletro più antico, più completo, meglio preservato di qualsiasi antenato umano a stazione eretta sia mai stato trovato.»

Questo è il significato pregnante di Lucy: la sua completezza e la sua grande età; due fattori che la rendono unica nella storia della raccolta di fossili ominidi. Essa è facile da descrivere, e - come vedremo - facilita la soluzione di una quantità di problemi paleoantropologici. Ma che cosa è Lucy esattamente?

Lucy certo è unica, ma essa resta incomprensibile se tolta dal contesto degli altri fossili. E diventa priva di senso se non è inquadrata in uno schema di evoluzione ominide e di logica scientifica che è stato laboriosamente costruito e messo insieme, in oltre un secolo dì lavoro, da parte di centinaia di specialisti, nei quattro continenti. I reperti fossili di tutti questi scienziati, le loro intuizioni - talora ispirate, talora stupide -, le applicazioni di tecniche derivate da discipline così lontane tra loro come la botanica, la fisica nucleare e la microbiologia, tutto ciò è confluito in un quadro sempre più chiaro e sempre più ricco, un quadro del sorgere dell'uomo dalle scimmie antropomorfe - una storia di cui finalmente, al termine dei nostro secolo, si comincia a capire qualcosa. E’ una storia che, beninteso, non si poteva nemmeno immaginare e raccontare prima che Charles Darwin suggerisse, nel 1857, che noi eravamo discesi dalle scimmie, e non divinamente creati nel 4004 a.C. come la Chiesa proclamava. Ma neppure lo stesso Darwin poteva sospettare alcune delle bizzarre svolte che la storia ominide avrebbe preso; né intuire da quali scimmie antropomorfe siamo discesi. Di questo, in realtà, non siamo completamente sicuri nemmeno oggi.

 


 

LE IMPRONTE DI LAETOLI

 

La celebre ‘Passeggiata di Laetoli fu scoperta nel 1978 da un’equipe di paleoantropologi guidata da Mary Leakey.

Impronte fossili di ominidi su ceneri vulcaniche; 3.700.000 a.C.; impronte piccole = 18,5 x 8,8 cm; impronte grandi = 21.5 x 10 cm.
Le impronte appartengono a due individui che camminavano affiancati; quelle piccole sono in numero di 22 con una falcata di 38,7 cm e quelle grandi, in numero di 12, hanno falcata di 47,2 cm.
Queste orme rivelano una meccanica di locomozione del tutto analoga alla nostra.

La Passeggiata di Laetoli ci mostra in maniera chiara ed inequivocabile che già tre milioni e settecentomila anni prima di Cristo esistevano in Africa esseri bipedi che camminavano in posizione eretta.

 

Passeggiata di Laetoli, Tanzania, scavi 1976-1978.

 

Impronta

 

Confronto tra vari piedi

 

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