Tiziano e Tintoretto

 

di

 

Ludovica Pirelli e Antonio De Leo

Tiziano Vecellio

Il polittico Averoldi

Polittico

Il Polittico Averoldi è un dipinto a olio su tavola di Tiziano, databile al 1520-1522 e conservato nella collegiata dei Santi Nazaro e Celso a Brescia. È firmato e datato "Ticianus Faciebat  MDXXII" sulla colonna nel pannello di San Sebastiano.

Nel Polittico Averoldi Tiziano sente il bisogno di raccontare una storia che vada oltre il fatto.

In un polittico (una storia composta da più quadri) ogni scena ha il suo significato ma considerando l’insieme si acquisisce il senso complessivo; quindi mentre da sola la Resurrezione è solamente l’atto finale di un ciclo, inserita tra gli altri episodi fondamentali della vita di Gesù esprime pienamente il suo valore: il mistero di Cristo, il divino che si è fatto uomo, ha vissuto e sofferto  tutti i passaggi dell’esistenza umana, ma trionfa perché in lui splende l’essenza divina.

Il preambolo del percorso divino è l’Annunciazione, seguita dalla nascita da Maria vergine: eventi che indicano la divinità di Cristo.

Schiavo

San Sebastiano di Tiziano; Schiavo morente  e Schiavo ribelle di Michelangelo

Il martirio è raccontato nel San Sebastiano, la cui figura ricorda sia lo Schiavo morente che lo Schiavo ribelle di Michelangelo, il corpo in parte abbandonato, in parte ribelle alla morte. Rappresenta tutti i martirii, soprattutto quello di Gesù: la morte giusta per sostenere un ideale.

Tutti gli eventi della vita di Cristo sono funzionali alla resurrezione, il trionfo del cristianesimo.

Tiziano dipinge un Gesù trionfante che ritorna con un vessillo in mano sotto lo sguardo esterrefatto dei soldati che l’avevano messo in croce. È passato attraverso i passaggi e le sofferenze della vita e del martirio degli uomini e ne è uscito vincitore perchè figlio di Dio; per questa ragione il cristianesimo si diffonde con forza nel mondo, diventando cattolico, cioè universale. All’epoca predicavano molti profeti, ma Cristo è l’unico ad essere risorto e quindi l’unico la cui parola si è sparsa e consolidata nel tempo; è il percorso della sua vita, conclusosi con la resurrezione, il trionfo sulla morte e sui patimenti umani, a determinare il trionfo della religione cristiana.

La venuta del messaggio divino colpisce gli uomini e li spinge a ispirarsi alla santità di Cristo per seguire una strada retta, come Tiziano racconta nei personaggi in basso. Sono i committenti, sempre presenti in tutti i dipinti di Tiziano, che pregano dinanzi al Cristo risorto. Si può fare un parallelo con le Tombe medicee, nelle quali Michelangelo rappresenta i duchi per i quali aveva eseguito l’opera nell’atto di guardare la Madonna, vivendo all’insegna di un obiettivo etico.

 

 

 

 

Tintoretto

 

L'ultima cena

 

 

 

Tintoretto, pseudonimo di Jacopo Comin, dipinse questo quadro negli anni che vanno dal 1592 al 1594 ed è una delle ultime opere dell'artista.

 

Non è semplice comprendere appieno questo dipinto e non tenteremo di farlo, rimarranno insoluti i ruoli di molte delle figure presenti ed i significati di alcuni oggetti raffigurati, come la torta con le candeline in bilico al bordo del tavolo, si potrebbero azzardare ipotesi ma è inutile, una varrebbe l'altra. Cerchiamo invece di comprendere il carattere dell'opera avvalendoci di qualche confronto e qualche deduzione.

La prima cosa che risalta all'occhio dell'osservatore è sicuramente l'uso che Tintoretto fa della prospettiva, uso che se confrontato a quello classico rinascimentale di area toscana ci porrebbe non pochi interrogativi. L'opera che tratta lo stesso soggetto a cui per prima pensiamo e che ci sembra naturale paragonare con questa è quella di Leonardo, ma teniamo sempre presente che Tintoretto nasce appena un anno prima della morte di Leonardo e morirà circa un trentennio dopo Michelangelo.

L’Ultima cena di Tintoretto è insolita sotto molti punti di vista.

L’ambientazione è densa di fumo nel quale prendono forma figure d’angeli. Le fonti luminose sono l’aureola intorno alla testa di Cristo e la lampada in alto, che illumina tutto con lame di luce. È un’anticipazione di quanto farà Caravaggio nelle sue ultime pitture, ad esempio la Resurrezione di Lazzaro: la luce è ridotta a brevi linee, aumentando l’intensità della raffigurazione.

Una particolarità che distingue quest’opera è il fatto che non è usata la prospettiva rinascimentale.

In genere si poneva la linea dell’orizzonte all’altezza dell’occhio umano; in questo modo l’evento era centrale rispetto allo sguardo dell’osservatore, che partecipava così all’azione del dipinto. Poteva immaginare una continuazione della scena in cui era incluso; il Cenacolo di Leonardo è l’esempio per eccellenza. Qui invece si usa una prospettiva a volo d’uccello, cioè l’osservatore non è al centro dell’episodio ma lo guarda dall’alto.

L’impressione che dà è che lo spettatore si trova in una situazione sopraelevata da cui scenderà per entrare nell’ambiente e trovare il proprio ruolo.

Dà il senso dell’accorrere degli uomini alla presenza di Cristo. Mentre di solito in un Ultima cena sono presenti solo i protagonisti del racconto del Vangelo, nell’Ultima cena di Tintoretto non partecipano pochi eletti ma accorre tutto il popolo. Nell’Adorazione dei Magi era visto in chiave simbolica, in questo dipinti in chiave descrittiva e popolare. Ci si avvicina più a una realtà umana che celeste, il racconto è portato a un livello più basso, terreno, tangibile, c’è la confusione popolare tipica di ogni città e di Venezia in particolare.

L’evento è il motore del movimento, spirituale e materiale, Cristo attira a sé angeli, uomini, anche animali e tutti accorrono dall’esterno implodendo verso il nucleo. Mano a mano la confusione si ricompone in un nuovo ordine, gli angeli prendono forma, ognuno trova il suo ruolo e tutto riprende senso.

 

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