Michelangelo Merisi detto Caravaggio

 

La chiamata di Levi D'Alfeo

(La Vocazione di S. Matteo)

 

di Antonio De Leo 2006

 

 

Questo dipinto è degli anni 1599-1600 e fu eseguito da Caravaggio per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, per la stessa cappella Caravaggio dipinse altri due quadri, Il martirio di San Matteo e San Matteo e l'Angelo. In realtà di San Matteo e l'Angelo il pittore realizzò due versioni, quella esposta è la seconda, la prima venne rifiutata perchè giudicata irriverente. Personalmente ritengo che questo sia uno tra i più bei dipinti dell'artista se non il più bello. Si tratta di un quadro molto complesso sia dal punto di vista compositivo che da quello contenutistico. Per chi non conoscesse l'ambiente in cui l’opera è inserita ricordo che è un luogo scarsamente illuminato, alquanto angusto in cui i due dipinti, Il martirio e La vocazione, sono posti sulle pareti laterali e i comuni mortali, che non hanno accesso alla cappella, li ammirano in prospettiva e mai frontalmente. Nella parete centrale c'è una finestrella minuscola a mezzaluna posta in alto sotto la quale è inserito il Matteo e l'Angelo. Questo quadro è posizionato sul lato sinistro, di fronte a questo è collocato il martirio. I forti contrasti di luce ed ombra sono molto probabilmente concepiti per dare un senso di maggior realismo alla scena, se pensiamo proprio alla scarsa illuminazione del luogo e alla difficoltà di inserimento delle opere in un ambiente tanto infelice.

 

 

Caravaggio rifiuta di eseguire in affresco i suoi dipinti preferendo realizzarli su tela delle dimensioni adatte alle pareti. Nella commissione d'incarico ricevuta in realtà è specificato con minuzia di particolari il tema che il pittore avrebbe dovuto trattare, lasciando poca libertà all'inventiva, ma Caravaggio si districa molto bene rendendo talmente originali i dipinti da riscuotere l'incondizionata ammirazione dei contemporanei. Nell'analizzare quest'opera occorre tener presenti moltissimi fattori e almeno uno di questi è bene che venga trattato, altrimenti diventa difficile comprendere appieno il carattere dell'artista ed il suo approccio all'arte. Maestro di Caravaggio fu Peterzano e nei primi anni del suo apprendistato l'artista ebbe modo di conoscere molto bene la scuola veneta ed in particolare Giorgione, da questo riprende la tecnica della pittura senza disegno preparatorio, come lui ribaltando totalmente la concezione compositiva rinascimentale in cui il disegno era la parte più importante dell'opera. Caravaggio dipinge dal vero, non solamente il vero, come fecero Michelangelo e Leonardo, ma dal vero, questo vuol dire che il pittore ricostruiva a studio le scene da dipingere con personaggi veri in situazioni vere. Della vita dell'artista non parliamo perchè altrimenti occorrerebbe scrivere un libro intero per raccontare dei suoi eccessi e delle sue tristi avventure, come tralascio di parlare dei personaggi ritratti e dei rapporti di alcuni di questi con l'artista nella vita reale. La storia prende spunto da due versetti del Vangelo di Matteo, ma gli stessi sono riportati anche da Luca e Marco nei loro, pur chiamandolo Levi anziché Matteo: "Gesù, passando vide un uomo che sedeva al banco della gabella, chiamato Matteo; ed egli gli disse: "Seguimi". Ed egli, levatosi, lo seguì (9.9).  L'ambiente dove avvenne il fatto è quello della dogana di Cafarnao sul lago di Tiberiade dove Matteo seduto al banco riscuoteva il dazio delle carovane provenienti da Damasco dirette alla Via Maris, verso i porti del Mediterraneo. Quella di Matteo era una posizione privilegiata che lo rendeva ricco e potente uomo d'affari, probabilmente poco onesto, usuraio e sicuramente abituale cliente di bettole e bestemmiatore, insomma uno per niente raccomandabile che frequentava compagni poco raccomandabili. Caravaggio mette in risalto la condizione dei gabellieri seduti al tavolo accentuando il contrasto tra i loro ricchi abiti e quelli umili di Cristo e San Pietro, presentando inoltre i due a piedi scalzi. Osservando il dipinto notiamo che l'ambientazione lascia qualche dubbio, il luogo rappresentato potrebbe essere tanto un interno quanto un esterno, ma sicuramente la scena ritratta si svolge in una bettola romana in cui San Matteo è seduto con i suoi compagni. Levi D'Alfeo, San Matteo, nel dipinto è intento a contare i denari assieme ai personaggi posti alla sua destra, questo ad indicare sia il mestiere del Santo che l'abbandono della sua occupazione al momento della chiamata improvvisa. Cristo irrompe nella scena e la luce riflessa nella parete di fondo è come se Cristo stesso l'abbia portata con se e questo fascio luminoso tagliente come una lama rischiara i personaggi attirando la loro attenzione, tutti tranne il gabelliere che è ancora intento a contare i denari e l'uomo che è al suo fianco.

 

 

 

I personaggi si girano attratti dall’evento e qui prende inizio un dialogo serrato, la mano di Cristo indica San Matteo “Tu!”, il personaggio seduto al fianco alla sua sinistra indica se stesso come a chiedere “Chi io?” e San Pietro, che entra nella scena assieme a Cristo, di rimando, indica di nuovo il Santo “No lui!” ed il Santo indica se stesso “Allora io?”. Il gioco delle mani fa rimbalzare lo sguardo dell’osservatore come se si seguisse una partita di Ping Pong, destra, sinistra, destra, sinistra.

 

 

E qui, al termine del gioco dei rimbalzi lo sguardo indugia sul volto di San Matteo, talmente somigliante al Re di Francia Enrico IV che è impossibile pensare che Caravaggio non l’abbia fatto apposta, teniamo conto che in quegli anni Enrico IV, prima di prendere possesso del trono, rinuncia con un'abiura all’eresia alla quale aveva precedentemente aderito, si ricorderà la famosa frase "Parigi val bene una messa". Leggendo il dipinto in questa chiave diventa facile ipotizzare, visto che ci troviamo in una chiesa francese e che su lascito testamentario del Cardinale francese Mathieu Cointrel (Matteo Contarelli italianizzato) Caravaggio dipinge questi quadri, una allegoria dell'avvicinamento del Re alla chiesa romana. La presenza di San Pietro, che copre in gran parte il corpo di Cristo, inizialmente non era stata prevista, tant'è che il corpo di Cristo è intermente dipinto, il Santo è stato quindi sovrapposto per rafforzare e far prevalere il ruolo del papato e quindi della Chiesa petrina, nella conversione.

 

 

La rapidità dell’evento è sottolineata da più elementi, il primo e più importante è sicuramente lo sguardo di sconcerto dei personaggi attoniti che si girano all’improvviso verso Cristo e San Pietro, il secondo è un dettaglio all’apparenza insignificante e scarsamente visibile ma che determina in modo assoluto la velocità con cui si svolgono i fatti. Notando i piedi di San Pietro e di Cristo si può vedere che quelli di Cristo sono già girati rispetto al corpo in una posa che indica che con la chiamata ha eseguito il suo compito ed è pronto ad andarsene, è un attimo e sta per scomparire di nuovo, lasciando Matteo solo con una nuova vita da vivere.

 

 

 

Il volto di Cristo è giovane e bello, ma anche qui entra in gioco un elemento che determina la piena coscienza del suo destino, la consapevolezza della fine e del sacrificio estremo. Nella finestra, da cui penetra una luce densa e oleosa, si staglia la croce del Golgota, richiamando il destino dei due, accomunati dall'accettazione del sacrifico in nome della fede che li guida, Matteo violentemente ucciso, la cui storia è narrata nel quadro posto di fronte e Cristo, la cui storia è narrata dalla croce messa in alto nella scena come un'immagine del futuro incombente.

 

 

 

Il personaggio di Cristo è reale, come sarà reale e terreno il suo dolore, l’unico segno che mette in risalto la sua santità è una flebile aureola appena accennata sul capo. Anche la mano di Cristo diventa un elemento di fondamentale importanza, Caravaggio l'utilizza per accentuare la distanza della condizione di Cristo, così umano e destinato al futuro martirio, da quella di Dio, eterno e quindi contenente in se passato, presente e futuro che, come dice Dante nel XVII canto del paradiso, è "Il punto a cui tutti li tempi son presenti". Risulta evidente quanto proprio il tempo, la concatenazione degli eventi, sia determinante in questa rappresentazione. La mano riproposta dall’artista è quella michelangiolesca di Adamo nella Cappella Sistina, stessa scintilla di verità, lì ricevuta e qui donata, un ribaltamento di ruoli perché ribaltata è la situazione, è il Cristo uomo e non Dio a donare l'eternità della vocazione, qui i due uomini sono messi sullo stesso piano perché stesso sarà il destino, la sofferenza li accomuna. In Michelangelo l’uomo riceve la vita da Dio, in Caravaggio San Matteo riceve la verità e quindi la vita eterna della salvezza dell'anima da Cristo, un Cristo umano e ben piantato con i piedi in terra.

 

 

La mano di Adamo della Sistina ribaltata specularmente

 

 

 

Sul gioco delle mani si può azzardare un'altra ipotesi, Cristo dona la vocazione a Matteo ma è Matteo stesso, che indicandosi con la mano, in piena consapevolezza accetta il mandato, e in qualità di uomo fa la sua scelta, per cui è egli stesso, come atto finale, a scegliere di accettare la vocazione, e questo avviene per le sue qualità umane ed è la sua disposizione d'animo che lo rende permeabile all'accettazione. In definitiva Caravaggio in tutte le proprie opere attribuisce al divino sempre una componente molto terrena, basta ricordare il dipinto della Madonna dei pellegrini in S. Agostino a Roma, dove la donna ritratta nelle vesti di Maria è Lena, una delle più famose meretrici romane dell'epoca, e porta in braccio un bambino ormai cresciuto, proprio come il bambino che aveva lei all'epoca in cui caravaggio la ritrasse, e ricordiamoci che quel quadro rappresenta la Madonna di Loreto, quindi dovrebbe comparire alta tra le nuvole, unica concessione che fa Caravaggio è quella di sollevarla sulle punte dei piedi ma senza farle mancare il contatto col terreno e con la realtà. Stessa componente molto realistica la ritroviamo in tutte le altre sue opere, ricordiamo a titolo esemplificativo La morte della Vergine, dove ritrae la prostituta Anna Bianchini detta Annuccia, sua modella anche per il Riposo dalla fuga in Egitto e per la Maddalena penitente, col ventre gonfio perchè morta affogata nel tevere, Il martirio di San Pietro, dove mostra in primo piano il sedere di un uomo con i piedi più luridi di tutta la storia dell'Arte, sollevando un grande scandalo, oppure ne La conversione della Maddalena, conosciuto anche come Marta e Maria Maddalena, dove addirittura ritrae due prostitute all'epoca molto famose, specialmente tra i prelati di Roma, ancora Lena e Fillide, insomma l'elenco non avrebbe termine. Inoltre, riconoscendo al dipinto la valenza allegorica della conversione del Re francese Enrico IV, la scelta appena descritta avallerebbe una forte componente di critica politica, molto poco leggibile, com'era conveniente che fosse, alla opportunità strategica della conversione, visto che i cattolici impedirono al futuro Re l'ingresso a Parigi fino al 1593, cioè fino a che non decise di convertirsi, resta famosa la frase "Parigi val bene una messa". Decisione politica e non spirituale che è ammissibile che a Carvaggio non andasse molto a genio e che lo esternasse proprio nel luogo più compromettente, in casa francese, come dire che si è messo a parlare di corde in casa dell'impiccato, e anche questo, conoscendo l'artista, è plausibile.

E' da notare la somiglianza tra il ritratto del Re Enrico IV di Francia ed il Matteo di Caravaggio.

 

Enrico IV

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritratto di Enrico IV Re di Francia

 

 

 

Tutto in questo quadro ha il senso dell'azione, è come il fotogramma di un film, quello che Caravaggio dipinge è un attimo ma si immagina lo svolgimento della scena e la sua conclusione, nulla è lasciato al caso, la luce misura minuziosamente lo spazio occupato dai personaggi e incanta con la sua drammaticità e con l'incredulità ritratta nel volto del Santo nella consapevolezza che nulla, dopo quei brevi attimi, sarà più uguale per lui.

 

 

L'equilibrio della composizione porta con se l'equilibrio degli avvenimenti dove il tempo diventa l'elemento narrante di una storia appena iniziata. Il Cristo frettoloso, la luce tagliente, il gioco delle mani, la posizione dei personaggi, l'atto del gabelliere di contare i denari,

 

l'equilibrio incerto nella rotazione del busto dell'uomo di spalle, che per sostenere la propria posizione deve appoggiare una mano allo sgabello,

 

 

ogni cosa fa pensare alla breve durata dell'accadimento e tutto rimanda al gioco degli eventi che in un breve attimo può sconvolgere un'intera esistenza, è quasi il presagio della disperata condizione in cui si troverà l'artista, che nella notte del 28 maggio 1606, dopo una partita di pallacorda, ucciderà in duello Ranuccio Tommasoni e nulla per lui sarà più uguale, segnandone il destino fino alla morte.

 

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